Crea sito

«Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre…»


Cosmos 9 di 12 – SETI, ricerca di intelligenza extraterrestre

SETI, ricerca di intelligenza extraterrestre

Nell’immensità del cosmo devono esistere altre civiltà molto più antiche e progredite della nostra. Non può darsi, quindi, che noi abbiamo ricevuto qualche visita? Non può darsi che, ogni tanto, nei nostri cieli appaia qualche astronave extraterrestre? Non c’è nulla di assurdo in questa ipotesi, nessuno sarebbe più felice di me se arrivasse qualche visita; ma nella realtà, è successo?

Quello che conta non è ciò che appare plausibile o ciò a cui vogliamo credere, nè quello che possono sostenere un paio di testimoni oculari, ma solo ciò che è sostenuto da prove inoppugnabili, valutate con rigore ed i fatti. 
La denuncia di fatti eccezionali esige prove eccezionali.

È dal 1947 che si susseguono centinaia di segnalazioni dei cosiddetti UFO, oggetti volanti non identificati; 
è un argomento che, a mio parere, ha a che fare più con la religione e la superstizione che non con la scienza.

Esaminiamo uno dei racconti più noti su un presunto incontro con esseri extraterrestri. Il 19 settembre 1961, due americani, marito e moglie, attraversavano in macchina il New Jersey diretti a casa. Tornavano da una vacanza in Canada e percorrevano una strada solitaria di notte tardi. (Ripeto, sull’accaduto abbiamo solo la loro versione dei fatti). Avevano visto, così dichiararono, una strana luce che si muoveva nel cielo, quello che si definisce, appunto, un oggetto volante non identificato. Dopo un po’, l’effetto di luce dell’UFO cambiò, a un certo punto sembrò che atterrasse. Si posò al centro della strada, impedendo ai due di proseguire. Essi dichiararono di aver visto avvicinarsi degli esseri privi di bocca e dall’aspetto non precisamente umano. A questo punto il racconto divenne ancora più strano. I due dissero di non ricordare assolutamente nulla di quello che accadde nelle ore successive. Due anni e due mesi più tardi, i due dichiararono, sotto ipnosi, che avevano visto atterrare un UFO. Poi erano stati catturati e portati a bordo dell’astronave.

Questo è il racconto di Betty e Barney Hill, praticamente tutti gli scienziati che lo hanno studiato si dimostrano scettici. Ma gli appassionati di UFO ritengono che il caso dei coniugi Hill sia un esempio classico di un incontro ravvicinato del terzo tipo. Perché? Cos’è che rende questo racconto tanto speciale? Sull’astronave, Betty disse di aver notato un numero scritto con caratteri geroglifici sconosciuti e una strana vetrina dietro la quale potè vedere un insieme di punti luminosi uniti da linee; era, così le dissero, una carta delle stelle, che indicava le rotte per i commerci interstellari. Poi i due furono liberati e poterono tornarsene a casa. Questo secondo il loro racconto.

Quelli che ci credono trovano il racconto convincente o quantomeno plausibile, soprattutto a causa della carta stellare. Come mai c’è qualcuno che la prende sul serio? Perché gli assertori degli UFO hanno una vera carta stellare che riguarda quindici stelle, vicine tra loro, compreso il nostro Sole, viste da un punto ben preciso e favorevole dello spazio. È una carta che comprende alcune stelle catalogate per la prima volta molti anni dopo che Betty Hill si era ricordata di quello che aveva visto su quella astronave. Perciò la carta descritta da lei esigeva la conoscenza di nozioni non ancora disponibili.

C’è indubbiamente una somiglianza tra le due carte, ma questo è dovuto al fatto che le linee indicanti le rotte di navigazione sono state riportate dalla carta descritta da Betty Hill su quella vera. Se decidessimo di sostituire con un’altra serie di linee le linee di Betty, ci accorgeremmo che, da un momento all’altro, non esisterebbe più alcuna somiglianza tra le due carte. Comunque, per fare una prova più obiettiva, se togliamo tutte le linee le due carte non si somigliano più. Però c’è da dire che le stelle sono state scelte apposta in un lungo elenco e anche il punto di osservazione dallo spazio è stato deciso in modo che corrispondesse il più possibile a quello descritto da Betty Hill. Quando si ha la possibilità di scegliere tra un gran numero di stelle viste da un qualunque punto dello spazio che si voglia, si può sempre trovare un disegno che assomigli a quello che state cercando, anzi, mi sorprende che nessuno abbia trovato un gruppo di stelle che assomigliasse di più a quello di Betty Hill.

Lo psichiatra personale degli Hill ha definito il loro racconto come una specie di sogno, non c’è nessuna prova a sostegno, l’argomento “carta stellare” non ha valore e tuttavia questo è uno dei casi più attendibili di incontri ravvicinati con gli UFO. Per quanto ne so, noi potremmo ricevere visite di civiltà extraterrestri anche una ogni quindici giorni. Ma niente fa da supporto a questa splendida idea, le ipotesi eccezionali non sono mai sostenute da prove eccezionali.

Esistono foto di UFO scattate anche di giorno. Alcune ricordano in modo sospetto cappelli o borchie di automobili lanciate in aria. Le fotografie si possono truccare facilmente. Le più comuni sono di luci notturne non identificate, spesso si tratta di aerei. Molti oggetti volanti non identificati risultano essere poi un’altra cosa, come la luce riflessa di qualche pianeta o il rientro a terra di un satellite artificiale. A volte sono suggestioni psicologiche, a volte burle. Mai si sono avute prove fisiche indiscutibili con fotografie dettagliate in primo piano di un astronave extraterrestre o qualche piccolo congegno sconosciuto qui sulla Terra, mai niente. Ci sono racconti su queste cose, ma le cose in sè concretamente mai.

Tuttavia la ricerca di civiltà extraterrestri rimane un fatto importante, malgrado la mancanza di prove sull’esistenza degli UFO. La maggior parte degli astronomi, ad esempio, considera la vita extraterrestre un argomento degno della massima attenzione, anche se con cautela. Personalmente trovo affascinante l’idea di scoprire un segno qualunque, anche una semplice scritta, capace di fornirci la chiave per capire una civiltà extraterrestre a noi estranea. È un richiamo che l’uomo ha sentito anche nel passato.


Nel 1801 il governatore di una provincia francese era anche un famoso fisico, Joseph Fourier. Durante un’ispezione alle scuole della sua provincia fu lui a scoprire un ragazzo eccezionale di quindici anni, Jean Francois Champollion. L’intelligenza precoce del ragazzo e la sua predisposizione alle lingue gli avevano già fruttato l’attenzione ammirata degli studiosi d’Europa e anche Fourier ne rimase impressionato.

La prima cosa che Champollion ebbe modo di notare in casa di Fourier determinò il corso della sua vita. E consentì di svelare i misteri di una civiltà fino ad allora sconosciuta. Fourier, come molti altri scienziati, aveva preso parte da poco alla spedizione di Napoleone in Medio Oriente, ove era stato incaricato di catalogare i monumenti astronomici egiziani.

Il ragazzo rimase affascinato dalla collezione di Fourier, gli antichi oggetti d’arte egiziana. In quel periodo la Francia era invasa da oggetti di quel genere, trafugati da Napoleone, e che suscitavano molto interesse tra gli studiosi e tra la gente comune.

L’attenzione del ragazzo fu attirata, in particolare, da un reperto di geroglifici egiziani. “Cosa significano?”, chiese. “Nessuno lo sa” fu la risposta di Fourier. In quello stesso istante, Champollion decise che egli sarebbe riuscito a capire quei segni, che nessuno sapeva leggere. Infatti egli diventò un grande esperto di lingue e si dedicò allo studio dei geroglifici. Quando Fourier pubblicò una narrazione illustrata della spedizione napoleonica in Egitto, il giovane Champollion si mise a studiarla vivamente. Agli occhi degli europei quelle immagini esotiche rivelavano una civiltà totalmente estranea, un mondo di monumenti torreggianti e di nomi dal suono magico, Luxor, ecc.

Ogni illustrazione era un’enigma che il passato poneva al presente. Tra le altre c’era un’immagine di un qualcosa chiamato “stele di Rosetta”. L’Egitto divenne la terra dei sogni di Champollion. Ma fu solo nel 1828, ventisette anni dopo la sua visita decisiva a casa di Fourier, che riuscì ad approdare per la prima volta in Egitto.

Come compagni di viaggio, Champollion noleggiò al Cairo dei battelli e iniziò una lenta inversione controcorrente risalendo il Nilo. Il viaggio durò molte settimane e Champollion annotava ogni particolare con estrema precisione. Champollion, da grande, era già riuscito a decifrare alcuni geroglifici. Si trattava di una parola il cui significato era “ventagli sacri”. Ora, Champollion compiva un pellegrinaggio verso lo scenario di quegli antichi misteri che egli era stato il primo a capire.

Champollion annota:
“La sera del 16 siamo finalmente arrivati a Tebe. Eravamo solo a un’ora di viaggio dal tempio. Potevamo resistere alla tentazione di proseguire? Lo chiedo al più indifferente di voi mortali. Abbiamo deciso di cenare e di ripartire immediatamente. Abbiamo attraversato la zona da soli senza aiuti. Pensando che i templi fossero in linea retta dal nostro drappello, abbiamo camminato per un’ora e mezza senza trovare niente. Alla fine abbiamo incontrato un uomo che ci ha indicato la direzione giusta. E poi ha deciso di unirsi a noi, per grazia di Dio. Finalmente uno dei templi ci è apparso davanti. Non tenterò neanche di descrivere le sensazioni che il portico e, soprattutto, il colonnato hanno suscitato in noi. Siamo rimasti lì due ore in estasi, correndo da uno all’altro di quegli enormi locali e cercando di leggere le iscrizioni esterne, alla luce della Luna”.

Fu certo in preda ad una grande emozione che Champollion entrò nei posti più segreti del tempio e posò gli occhi su quelle parole che avevano atteso pazientemente per mezzo milione di notti qualcuno che le decifrasse. Al fratello, Champollion scrisse per comunicargli la sua gioia nell’aver constatato che era vicino a leggere le iscrizioni su quelle pareti. Dopo aver seguito il corso del Nilo fino alla seconda cascata, disse: “Posso affermare con orgoglio che nella nostra lettera sull’alfabeto dei geroglifici non c’è niente da modificare. Il nostro alfabeto è giusto, si può applicare con gli stessi risultati positivi, prima di tutto ai commenti egiziani dell’epoca romana e anche, fatto questo più interessante, alle iscrizioni di tutti i templi, i palazzi e le tombe dell’epoca faraonica”.

Champollion era sopraffatto dalla grandiosità che lo circondava. In Europa siamo solo dei nani, nessuna nazione, antica o moderna, ha mai concepito l’arte e l’architettura in uno stile sublime, meraviglioso ed imponente come quello degli antichi egizi. La costruzione del grande tempio di Kasna, nell’alto Egitto, continuò ininterrottamente per un periodo di oltre 2000 anni fino alla dinastia dei Tolomei. Fu in quel posto che Champollion scrisse: “La magnificenza faraonica mi è apparsa in tutta la sua grandezza. Quello che ho visto fino ad oggi mi sembra piccolo e misero se paragonato alle creazioni colossali che mi circondano”.

Dovunque in Egitto, Champollion si rese conto che era in grado di leggere le scritture sui muri e sulle colonne e che la sua decifrazione di qualche anno prima era esatta. Ma come è arrivato ad essa? Avevano tentato in molti di decifrare i geroglifici ed avevano fallito. Un gruppo di studiosi riteneva che si trattasse di immagini in codice, fatte soprattutto di uccelli in particolar modo. C’erano altri che avevano dedotto dai geroglifici che gli Egiziani erano dei colonizzatori venuti dalla Cina. C’era anche un tale che sosteneva di avere capito il significato della stele di Rosetta dopo una semplice occhiata, disse che la rapidità della sua decifrazione gli aveva consentito di evitare gli errori sistematici che immancabilmente nascono da una riflessione troppo prolungata. Come accade, oggi, nella ricerca di intelligenze extraterrestri le incontrollate congetture di certi dilettanti finiscono per allontanare molti veri studiosi dal campo delle ricerche.

Ma Champollion non si fece impressionare, non si fece neanche distrarre dalla teoria dei geroglifici come metafore illustrate. Seguendo le intuizioni di un brillante fisico inglese, Thomas Young procedette con questo metodo. L’originale della stele di Rosetta fu scoperto per caso nel 1799 da un soldato francese che lavorava alle fortificazioni di Rashi, una città a sud-est del Nilo. La stele faceva parte di un antico tempio che era stato distrutto. Nella stele si vede chiaramente uno stesso identico testo in tre lingue diverse. In alto ci sono antichi geroglifici egizi; in mezzo, una scrittura geroglifica detta demotico e in basso il testo greco. Champollion ovviamente, sapeva leggere il greco antico, era un ottimo linguista, così scoprì che le iscrizioni su questa pietra erano state incise per confermare l’incoronazione di Tolomeo V nella primavera dell’anno 196 a.C. Il testo greco contiene molti riferimenti a Tolomeo. Più o meno nella stessa posizione, nel testo in geroglifici, si vedono dei caratteri racchiusi in ovali. E Champollion pensò che se significavano Tolomeo, allora i simboli geroglifici difficilmente erano ideogrammi o metafore, ma più probabilmente si trattava di lettere o quantomeno di sillabe. Inoltre Champollion contò il numero di parole greche e il numero di geroglifici in quelli che riteneva, testi equivalenti e scoprì che il numero dei simboli geroglifici era molto maggiore del numero delle parole greche. Fu un ulteriore conferma che i geroglifici sono soprattutto lettere e sillabe. Ma a quale geroglifico corrispondeva ciascuna lettera?

Per fortuna Champollion aveva a disposizione una specie di seconda stele di Rosetta. Un obelisco trovato negli scavi del tempio di Pira che recava incisa un iscrizione in geroglifici che corrispondeva a un altro nome greco, cioè Cleopatra. Mettendo a confronto i due geroglifici recanti l’uno il nome di Tolomeo e l’altro il nome di Cleopatra si scopre che ci sono alcuni geroglifici uguali, per esempio un quadrato che significa la lettera “t”, il geroglifico rassomigliante a un leone è la lettera “l”, il geroglifico rassomigliante a un capestro è la lettera “o”, il geroglifico rassomigliante a un’aquila è la lettera “a”, e procedendo così Champollion riuscì ad abbinare ogni lettera a un geroglifico. Da notare che per la lettera “t” ci sono due simboli diversi, ma anche in inglese, per esempio, la lettera “f” si scrive “f” o “ph”.

Champollion scoprì che i geroglifici sono, sostanzialmente, delle semplici cifre sostitutive. Ma nel testo c’era tanta altra roba. E leggendo tutta l’iscrizione abbiamo: “Tolomeo che vivrà in eterno molto amato dal dio Ta”. E alla fine del nome Cleopatra c’è un abbreviazione che vuol dire “figlia di Iside”. Ne risulta che gli oppositori di Champollion non avevano torto del tutto, alcuni dei geroglifici, ad esempio il simbolo “ank” che significa vita, sono realmente ideogrammi o crittografie. Ma il successo di Champollion rimane, i geroglifici sono essenzialmente lettere e sillabe.

Vista da oggi, sembra una scoperta facile, ma ci sono volute centinaia di anni affinché qualcuno ci arrivasse. Per Champollion dovette essere una grande felicità aprire questo canale di comunicazione, a senso unico, con un’altra civiltà. Consentire a una cultura, che era rimasta muta per millenni, di parlarci della sua storia.


Anche noi oggi siamo alla ricerca di messaggi da parte di qualche civiltà antiche e sconosciute. Qualche civiltà che ci viene tenuta nascosta, non dal tempo, ma dallo spazio. Oggi siamo alla ricerca di messaggi provenienti dalle stelle, finora non abbiamo trovato niente, ma siamo appena all’inizio.

Ma questi extraterrestri avranno una biologia diversa dalla nostra e diverse saranno la cultura e la lingua. Come faremo a capire i loro messaggi? Esiste una stele di Rosetta cosmica? Io credo di si. Tutte le possibili civiltà tecnologiche del cosmo, per quanto diverse possano essere, devono avere in comune almeno una lingua, la lingua che si chiama scienza. Le leggi della natura sono le stesse dovunque. Tutti gli elementi chimici hanno delle caratteristiche uniche nel proprio spettro che sono identiche qui sulla Terra come su qualunque galassia. Gli spettri non ci indicano solo che in tutto l’universo esistono gli stessi elementi chimici, ma anche le leggi della meccanica quantistica governano gli atomi, dovunque. Gli esseri nati e cresciuti su qualunque mondo devono avere in comune le stesse leggi di natura. Galassie, lontane miliardi di anni luce, si sviluppano in forma a spirale proprio come la nostra Via Lattea perché le forze gravitazionali che lavorano sono le stesse. Questo vale anche per i pianeti. Su Giove ci sono sistemi di tempeste a spirale esattamente come avviene sulla Terra.

Gli esseri intelligenti di qualunque mondo devono, prima o poi, capire le leggi della natura. Un giorno, forse prossimo, potrebbe arrivare sul nostro piccolo mondo un messaggio dalle profondità dello spazio, se vorremo essere in grado di capire dovremo capire prima la scienza.

Sugli altri pianeti del nostro Sistema Solare sembra ormai accertato che non esistano civiltà intelligenti e progredite. Infatti, se fossero arretrate rispetto a noi, anche di poco, diecimila anni diciamo, non potrebbero disporre di tecnologia avanzata. E se fossero, anche di poco, avanti a noi che stiamo già esplorando il Sistema Solare, sarebbero già venute sulla Terra.

Per prendere contatto con altre civiltà, la nostra tecnologia deve farsi sentire non solamente attraverso distanze interplanetarie, ma attraverso distanze interstellari. L’ideale sarebbe un metodo poco costoso, in modo da inviare e ricevere a basso costo una grande quantità di informazioni. Dovrebbe essere rapido per rendere possibile un dialogo interstellare, dovrebbe essere semplice in modo da poter essere capito da qualunque civiltà tecnica a qualunque grado di sviluppo.

Un metodo simile esiste e si chiama radioastronomia. Il più grande radiotelescopio della Terra si trova ad Arecibo, è situato in una valle isolata dell’isola di Portorico. Invia e riceve segnali radio, è talmente grande e potente che potrebbe comunicare con un radiotelescopio uguale distante fino a 15.000 anni luce, cioè metà della distanza tra di noi e il centro della Via Lattea. L’osservatorio di Arecibo è stato impiegato, sia pure saltuariamente, per la ricerca nello spazio di segnali da altri civiltà e, solo una volta, per inviare un messaggio a un ammasso stellare molto lontano, M13.

Ma ci sarà poi qualcuno nello spazio col quale parlare? Con quattrocento miliardi di soli soltanto nella Via Lattea, è mai possibile che il nostro Sole sia l’unico ad avere un pianeta abitato? Molti sorgenti radio del cosmo non hanno niente a che fare con la vita intelligente. Perciò, come faremo a sapere che quello che riceviamo è un messaggio?

La civiltà che lo trasmettesse potrebbe renderci il problema molto facile, se volesse. Immaginiamo di essere nel pieno di una ricerca sistematica e di radioosservazioni di tipo convenzionale e supponiamo che ogni giorno captiamo un segnale molto forte che va aumentando. Non un normale sibilo di fondo, ma una serie metodica di impulsi ben precisi. Per esempio 1, 2, 3, 5, 7, 11, 13 un segnale composto di numeri primi, divisibili solo per uno e per se stessi. Non esistono fenomeni naturali astrofisici che generano numeri primi, quindi dovremo concludere che qualcuno, appassionato di matematica elementare, ci stia dando il buongiorno.

Sarebbe solo il primo espediente per attirare la nostra attenzione, il messaggio vero sarà più misterioso e più complicato. Potremmo essere costretti a lavorare parecchio per decifrarlo. Ma anche il segnale pilota da solo avrebbe già un grande significato. Vorrebbe dire che qualcuno ha imparato che l’autodistruzione non è inevitabile e anche noi terrestri potremmo avere un futuro. Pensate al momento storico della ricezione sui grandi radiotelescopi della Terra di una civiltà extraterrestre molto più progredita di noi. Forse, ci renderebbe partecipe del sapere di milioni di mondi abitati.

La ricezione di un messaggio interstellare costituirebbe uno degli avvenimenti più importanti nella storia dell’umanità e segnerebbe l’inizio della sprovincializzazione del nostro pianeta. Forse una seria e sistematica radioricerca di civiltà extraterrestri comincerà presto.

Alcune fasi preliminari sono già avviate sia negli Stati Uniti che nell’Unione Sovietica. Il costo è relativamente modesto, un programma decennale di ricerca costerebbe una cifra inferiore alle somme di bilancio per l’armamento di una piccola nazione in un solo anno. La nostra tecnologia è pienamente all’altezza di questa sfida grandiosa. Ma nessuna nazione sulla Terra ha mai approvato un programma di ricerche sistematiche.

Ma o che le civltà galattiche progredite siano poche o che siano milioni, non avrebbero già dovuto intraprendere, almeno alcune, il viaggio verso la Terra? Da un lato, abbiamo visto che anche se una piccola frazione delle civiltà tecnologiche avesse imparato a convivere col proprio potenziale capace di autodistruzione, nella galassia dovrebbe esistere un numero enorme di queste civiltà. Da un altro lato, malgrado le testimonianze sugli UFO e su antichi astronauti, non esistono prove valide che la Terra sia stata visitata nè ora e nè in passato.

Ma in questo non c’è una contraddizione? Se la civiltà più vicina a noi è, diciamo, a duecento anni luce, occorrerebbero duecento anni per venire da lì a qui alla velocità della luce. Ma anche viaggiando a una velocità mille volte inferiore, questi esseri di una civiltà vicina, sarebbero potuti venire durante tutta la permanenza dell’uomo sulla Terra. Allora come mai non sono qui? Le risposte possibili sono tante e una è che, forse, noi siamo i primi. Deve pure esserci nella storia della galassia una civiltà tecnologica che emerge per prima oppure, può darsi, che tutte le civiltà tecnologiche si siano autodistrutte. Ma questo appare molto improbabile o può darsi che i problemi dei voli interstellari siano tali che noi non riusciamo a capirli. Oppure, può darsi che loro siano qui, ma si tengono nascosti per qualche motivo etico di non interferenza con un’altra civiltà allo stato nascente.

Ma c’è anche un’altra spiegazione che è compatibile con tutte le cose che sappiamo e cioè che il cosmo è veramente immenso. Ammesso che ci sia una civiltà interstellare distante duecento anni luce in grado di esplorare lo spazio, perché dovrebbe venire da noi? Non avrebbero motivo di pensare che la Terra è particolarmente interessante, non esistono segni di tecnologie, neanche le trasmissioni radio che abbiano avuto il tempo di viaggiare per duecento anni luce. Dal loro punto di vista, tutti i sistemi planetari vicini possono presentare lo stesso interesse per un’esplorazione.

Ma anche le civiltà più vicine a noi potrebbero impiegare milioni di anni vagando tra le stelle senza mai inciampare nel nostro sistema solare. Invece di conoscere civiltà assai progredite, conoscerebbero molti mondi alcuni abitati e altri deserti. Forse, si comunicherebbero le scoperte creando un immenso deposito della conoscenza di innumerevoli mondi. Potrebbero redigere un’enciclopedia galattica.

Noi abbiamo sempre osservato le stelle e ci siamo sempre chiesti se esistono altri esseri che pensano e si pongono degli interrogativi. 

La ricerca di intelligenze extraterrestri è, nel suo significato più profondo, la ricerca di quello che siamo noi stessi.

Continuo…

 

Comments are closed.


  • Segui Celeritas su Facebook

  • Commenti recenti

    LICENZA

    Licenza Creative Commons
    il Blog di Celeritas è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

    ©2018 Celeritas Entries (RSS) and Comments (RSS)  Raindrops Theme