«Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre…»


Richard Dawkins: Perché esiste l’altruismo (1)

 

Questo è il tredicesimo post di una serie dedicata alla teoria dell’evoluzione per selezione naturale. Siamo nel libro di Richard Dawkins “Il Gene Egoista”, del 1976.
Inizia con questo episodio la parte più bella e sorprendente del libro.
Abbiamo già visto che i geni “programmano” i nostri cervelli fornendo loro delle strategie generali da seguire. Da quel momento in poi, i geni vengono selezionati dalla natura in base alla qualità delle strategie che producono. La cosa sorprendente, che vedremo a partire da oggi, è che i geni che vengono selezionati sono quelli che programmano nei cervelli altruismo, generosità e gentilezza. Insomma, tutti questi sentimenti di base sono stati creati dalla selezione naturale. Il motivo per cui esistono è che i geni che producono un cervello altruista aumentano la propria probabilità di sopravvivenza rispetto ai geni che producono un cervello completamente egoista. Naturalmente non dobbiamo aspettarci che l’altruismo e la gentilezza delle macchine di sopravvivenza siano indiscriminati e illimitati: i geni di successo sono quelli che producono cervelli capaci di altruismo in certi casi e di egoismo in altri casi. Inizia ora una lunga serie di post che illustra con molti esempi questi meccanismi. Questo post è particolamente importante perché introduce la teoria dei giochi e il concetto di strategia evolutivamente stabile (ESS). La parola a Dawkins.

Capitolo 5

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Per una macchina di sopravvivenza, un’altra macchina di sopravvivenza (che non sia suo figlio o un altro parente stretto) è parte dell’ambiente, come una roccia o un fiume o un pezzo di cibo. E’ qualcosa che si mette di traverso, oppure qualcosa che può essere sfruttato. Differisce dalle rocce e dai fiumi per un aspetto importante: tende a rispondere se viene colpita. Questo perché anch’essa è una macchina che contiene i propri geni immortali in custodia per il futuro, ed anch’essa non si fermerà di fronte a nulla per preservarli. La selezione naturale favorisce quei geni che controllano le loro macchine di sopravvivenza in modo da sfruttare l’ambiente nel modo migliore. Questo include sfruttare al meglio le altre macchine di sopravvivenza, sia della stessa specie che di specie differenti.

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Le macchine di sopravvivenza di specie diverse si influenzano tra loro in vari modi. Possono essere predatori o prede, parassiti o ospiti di parassiti, o in competizione tra loro per risorse scarse. Le macchine di sopravvivenza possono essere sfruttate in vari modi. [Ad esempio, le orchidee inducono le api a copulare coi loro fiori, a causa della loro forte somiglianza con le api femmine. Ciò che l’orchidea ottiene da questo inganno è l’impollinazione, perché un’ape che venga ingannata da due orchidee trasporterà il polline dall’una all’altra. Come altro esempio, le lucciole attraggono i loro partner lampeggiando di fronte a loro. Ogni specie di lucciola ha la sua particolare sequenza di lampeggio, il che impedisce la confusione tra le varie specie, e la conseguente dannosa ibridazione. Proprio come i marinai ricercano la sequenza di lampeggio di un preciso faro, le lucciole ricercano sequenze della propria specie. Le femmine del genere Photuris hanno “scoperto” che possono attirare i maschi del genere Photinus se imitano il codice di lampeggio di una femmina Photinus. Così fanno, e quando un maschio Photinus cade nell’imbroglio e si avvicina alla femmina, viene da essa sommariamente mangiato.]

Le macchine di sopravvivenza della stessa specie tendono a influenzarsi più direttamente tra loro. Questo per molte ragioni. Una è che la metà della popolazione della tua stessa specie potrebbe essere un partner potenziale di accoppiamento, e un infaticabile e sfruttabile genitore per i tuoi figli. Un’altra ragione è che i membri della stessa specie, essendo macchine per preservare i geni nello stesso tipo di ambiente, con lo stesso stile di vita, competono tra loro in modo particolarmente diretto per tutte le risorse necessarie per vivere. Per un merlo, una talpa può essere un concorrente, ma non un concorrente tanto importante quanto un altro merlo. I merli e le talpe possono competere per i vermi, ma un merlo e un altro merlo competono tra loro per vermi e ogni altra cosa. Se sono membri dello stesso sesso, possono competere anche per i partner di accoppiamento. Per ragioni che vedremo, sono di solito i maschi che competono tra loro per le femmine. Questo significa che un maschio potrebbe dare beneficio ai propri geni se produce qualche danno a un altro maschio con cui è in competizione.

Potrebbe quindi sembrare che la politica più logica sia assassinare i rivali e, poi, preferibilmente mangiarli. Sebbene l’assassinio e il cannibalismo in effetti accadano in natura, non sono comuni come un’interpretazione ingenua della teoria del gene egoista sembra predire. Konrad Lorenz, in Sull’aggressione, pone l’accento sulla natura “da gentiluomini” dei combattimenti tra animali. Per lui la cosa notevole sui combattimenti tra animali è che sono dei tornei formali, combattuti secondo regole come quelle della boxe o del fioretto. Gli animali combattono con guantoni e spade smussate. Minacce e bluff prendono il posto di [deadly earnest]. I gesti di resa sono riconosciuti dai vincitori, che evitano di dare quel colpo di grazia che la nostra teoria ingenua potrebbe predire.

[…] Anche se è stata esagerata, questa visione “sportiva” dei combattimenti animali sembra avere qualche verità. Superficialmente sembra una forma di altruismo. La teoria del gene egoista deve affrontare il difficile compito di spiegarla. Perché gli animali non uccidono semplicemente i membri rivali della loro specie ogni volta che possono?

La risposta generale è che la pugnacità indiscriminata, oltre a dare benefici, ha anche dei costi, e non solo i costi ovvi in termini di tempo ed energia. Per esempio, supponiamo che B e C siano entrambi miei rivali, e che mi capiti di incontrare B. Potrebbe sembrare ragionevole che io, in quanto individuo egoista, tenti di ucciderlo. Ma un momento. Anche C è mio rivale, e C è anche rivale di B. Uccidendo B, sto potenzialmente facendo un favore a C, eliminando uno dei suoi rivali. Potrebbe essere meglio per me lasciare in vita B, perché allora egli potrebbe competere o combattere con C, in tal modo beneficiando indirettamente me. La morale di questo semplice esempio ipotetico è che non c’è un vantaggio ovvio nel cercare di uccidere indiscriminatamente i propri rivali. In un sistema di rivalità grande e complesso, eliminare un rivale dalla scena non è necessariamente bene: altri rivali potrebbero beneficiare della sua morte più di me. Questa è la dura lezione imparata dai funzionari della disinfestazione. Hai un grave parassita che minaccia l’agricoltura, scopri un buon modo per sterminarlo e lo fai, solo per scoprire che un altro parassita beneficia della sua eliminazione ancor più di quanto faccia l’agricoltura, e finisci per stare peggio di prima.

D’altra parte, potrebbe sembrare un buon piano uccidere, o almeno combattere con, alcuni rivali particolari in modo selettivo. Se B è una foca-elefante che possiede un grande harem di femmine, ed io, un’altra foca-elefante, posso acquisire il suo harem uccidendolo, potrebbe convenirmi cercare di ucciderlo. Ma ci sono costi e rischi anche in una pugnacità selettiva. E’ interesse di B rispondere all’attacco, per difendere la sua preziosa proprietà. Se io comincio un combattimento, ho le stesse probabilità di morire che ha lui. Forse anche di più. Lui possiede una risorsa di valore, ed è per questo che lo voglio sfidare. Ma perché la possiede? Forse l’ha vinta in combattimento. Probabilmente ha sconfitto altri sfidanti prima di me. E’ probabilmente un bravo combattente. Anche se io vincessi ed ottenessi l’harem, potrei uscirne così malconcio da non poterne trarre beneficio. Inoltre, combattere consuma tempo ed energia. Potrei far meglio a conservarli per adesso. Se mi concentro nel cibarmi e a tenermi fuori dai guai per un po’, diventerò più grande e più forte. Prima o poi lo sfiderò, ma, se aspetto, potrei avere maggiori possibilità di vincere.

Questo soliloquio soggettivo è solo un modo di evidenziare che la decisione se combattere o meno dovrebbe essere preceduta da una complessa (seppure inconscia) valutazione costo-beneficio. I benefici potenziali non sono tutti dalla parte del combattere, sebbene alcuni di essi indubbiamente lo siano. Similmente, durante il combattimento, ogni decisione tattica se continuare il combattimento o scappare ha costi e benefici che, in linea di principio, si possono valutare. Gli etologi l’hanno compreso da molto tempo, ma è stato necessario l’ingegno di John Maynard Smith, non comunemente considerato un etologo, per esprimere chiaramente e decisamente quest’idea. […] Egli usa il ramo della matematica noto come Teoria dei Giochi. Le sue idee eleganti si possono esprimere a parole senza ricorrere a simboli matematici, sebbene pagando un piccolo prezzo in termini di precisione.

Il concetto essenziale introdotto da Maynard Smith è quello di strategia evolutivamente stabile, un’idea che risale a W.D. Hamilton e R. H. MacArthur. Una “strategia” è una politica di comportamento pre-programmata. Un esempio di strategia è: “Attacca l’avversario; se scappa inseguilo; se risponde all’attacco scappa”. E’ importante capire che non stiamo pensando alle strategie come se fossero attuate consciamente dagli individui. Ricordate che stiamo dipingendo l’animale come una macchina di sopravvivenza robot dotata di un computer pre-programmato che controlla i muscoli. Rappresentare la strategia in lingua inglese è per noi solo un modo conveniente di pensarla. Per mezzo di qualche meccanismo non specificato, l’animale si comporta come se stesse seguendo quelle istruzioni.

Una “strategia evolutivamente stabile”, o ESS, è definita come una strategia che, se è adottata dalla maggior parte dei membri della popolazione, non può essere migliorata da una strategia alternativa. E’ un’idea sottile e importante. Un altro modo di mettere la questione è dire che che la strategia migliore per un individuo dipende da cosa fa la maggioranza della popolazione. Poiché il resto della popolazione consiste di individui, ognuno dei quali sta cercando di massimizzare il proprio successo, l’unica strategia che persiste nella popolazione sarà quella che, una volta diffusa nella popolazione, non può essere migliorata da un individuo che cerchi di cambiarla. Se c’è un repentino cambiamento nell’ambiente, subito dopo ci può essere un breve periodo di instabilità evolutiva, forse anche un’oscillazione nella popolazione. Ma una volta che una ESS si è diffusa nella popolazione, rimarrà: la selezione penalizzerà le deviazioni da essa.

(nel prossimo episodio cominceremo a vedere esempi pratici)

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