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«Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre…»


Richard Dawkins: perché esistono le persone?


Questo è il primo post di una serie dedicata alla teoria dell’evoluzione per selezione naturale, e specialmente al libro di Richard Dawkins “Il Gene Egoista”, del 1976. La traduzione italiana è di Collucci e differisce da quella disponibile in libreria.Ringrazio Collucci per la traduzione e la sua grande opera di divulgazone.

Diamo ora la parola a Dawkins.

Prefazione all’edizione del 1976

Questo libro dovrebbe essere letto come se fosse fantascienza. È organizzato in modo da colpire l’immaginazione. Ma non è fantascienza: è scienza. Il termine “più strano della fantascienza” esprime esattamente quello che io provo di fronte alla verità. Noi siamo macchine di sopravvivenza — veicoli robot programmati ciecamente per preservare le molecole egoiste note come “geni”. Questa è una verità che ancora oggi mi riempie di stupore. Sebbene io la conosca ormai da anni, non riesco mai davvero ad abituarmici. Una delle mie speranze con questo libro è di riuscire a stupire anche qualcun altro.

[…]

1. Perché esistono le persone?

La vita intelligente su un pianeta raggiunge un traguardo cruciale quando per la prima volta comprende le ragioni della sua stessa esistenza. Se delle creature superiori provenienti dallo spazio visiteranno mai la terra, la prima domanda che faranno, per valutare il livello della nostra civilizzazione, sarà “hanno già scoperto l’evoluzione?”. Organismi viventi sono esistiti su questa terra, senza nemmeno sapere perché, per più di tre miliardi di anni, prima che la verità finalmente albeggiasse su uno di loro. Il suo nome era Charles Darwin. Ad essere onesti, altri avevano raggiunto piccoli frammenti della verità, ma fu Darwin che per primo mise insieme una spiegazione coerente e sostenibile del perché noi esistiamo. Darwin ci ha permesso di dare una risposta sensata al bambino curioso la cui domanda dà il titolo a questo capitolo. Non dobbiamo più ricorrere alla superstizione quando ci troviamo di fronte ai problemi profondi: la vita ha un significato? Perché esistiamo? Che cosa è l’uomo? Dopo aver posto l’ultima di queste domande, l’eminente zoologo G. G. Simpson si espresse come segue: “Quello che voglio enfatizzare adesso è che tutti i tentativi di rispondere a questa domanda prima del 1859 sono privi di valore, e faremmo meglio ad ignorarli completamente”. Oggi la teoria dell’evoluzione non è soggetta a dubbi più di quanto lo sia la teoria che la terra gira intorno al sole, ma le implicazioni vere della rivoluzione di Darwin devono ancora essere largamente comprese. La zoologia è ancora una materia secondaria nelle università, ed anche coloro che scelgono di studiarla prendono spesso questa decisione senza apprezzare il suo profondo significato filosofico. La filosofia e le materie cosiddette umanistiche vengono ancora insegnate come se Darwin non fosse mai vissuto. Non c’è dubbio che questo cambierà col tempo. Comunque, questo libro non va inteso come un’apologia generale del darwinismo. Invece, esplorerà le conseguenze della teoria dell’evoluzione in una questione particolare. Il mio scopo è esaminare la biologia dell’egoismo e dell’altruismo.

A parte il suo interesse accademico, l’importanza umana di questa materia è ovvia. Tocca ogni aspetto delle nostre vite sociali, il nostro amare e odiare, combattere e cooperare, il nostro donare e rubare, la nostra cupidigia e generosità. Anche altri libri come “On Aggression” di Lorenz e “The social contract” di Ardrey avrebbero potuto accampare quest’obiettivo. Il guaio di questi libri è che i loro autori hanno sbagliato completamente tutto. Hanno sbagliato perché hanno frainteso il modo in cui funziona l’evoluzione. Hanno fatto l’assunzione errata che la cosa importante nell’evoluzione sia il bene della specie (o del gruppo) anziché il bene dell’individuo (o del gene). [..] Prima di incominciare il mio argomento, vorrei spiegare brevemente che tipo di argomento è, e che tipo di argomento non è. Se ci dicessero che un uomo ha vissuto a lungo, ed ha fatto carriera, nel mondo della malavita di Chicago, ci sentiremo legittimati a fare delle assunzioni su che tipo di uomo fosse. Potremo aspettarci che abbia alcune qualità come la durezza, il grilletto facile, e la capacità di attrarre amici leali. Queste non sarebbero deduzioni infallibili, tuttavia è lecito fare delle inferenze [deduzioni, NdM] sul carattere di un uomo se sai qualcosa della condizione in cui egli è sopravvissuto ed ha fatto carriera. L’argomento di questo libro è che noi, e tutti gli altri animali, siamo macchine create dai nostri geni. Come i gangster di successo a Chicago, i nostri geni sono sopravvissuti, in alcuni casi per milioni di anni, in un mondo altamente competitivo. Questo ci legittima ad aspettarci delle precise qualità nei nostri geni. Io sosterrò che una qualità predominante da aspettarsi in un gene di successo sia il totale egoismo. Questo egoismo del gene di solito produrrà egoismo nel comportamento dell’individuo che possiede quel gene. Però, come vedremo, ci sono circostanze speciali in cui un gene può realizzare al meglio i suoi obiettivi egoistici incoraggiando una forma limitata di altruismo al livello dei singoli animali. “Speciale” e “limitata” sono parole importanti in quest’ultima frase. Per quanto ci piaccia credere diversamente, l’amore universale e il bene della specie nel suo complesso sono concetti che semplicemente non hanno alcun senso, evolutivamente parlando.

Questo mi porta alla prima cosa da puntualizzare su cosa questo libro non è. Io non sto sostenendo una moralità basata sull’evoluzione. Io sto dicendo come le cose si sono evolute. Non sto dicendo come noi esseri umani dovremmo comportarci moralmente. Vorrei enfatizzare questo punto, perché so che corro il pericolo di essere frainteso da quelle persone, molto numerose, che non riescono a distinguere una dichiarazione di credenza in ciò che è vero da una dichiarazione di credenza in ciò che dovrebbe essere. La mia convinzione è che una società umana basata semplicemente sulla legge genetica dell’egoismo universale sarebbe una orribile società in cui vivere. Ma, sfortunatamente, non importa quanto possiamo deplorare qualcosa, questo non la fa smettere di essere vera. Questo libro è scritto soprattutto per essere interessante, ma se volete estrarne una morale, considerate questo un avvertimento. Siate avvertiti che se volete, come me, costruire una società in cui gli individui cooperano generosamente e altruisticamente verso un bene comune, potete aspettarvi poco aiuto della natura biologica. Cerchiamo di insegnare la generosità e l’altruismo, perché siamo nati egoisti. Comprendiamo quali sono gli obiettivi dei nostri geni egoisti, perché allora potremmo almeno avere la possibilità di sventare i loro piani, cosa che nessun’altra specie ha mai aspirato a fare.

Come corollario a queste osservazioni sull’insegnamento, va precisato che è una fallacia — molto comune — supporre che delle caratteristiche ereditate geneticamente siano per definizione fisse ed immutabili. I nostri geni possono istruirci ad essere egoisti, ma non siamo necessariamente obbligati ad obbedire loro per tutta la nostra vita. Potrebbe soltanto essere più difficile imparare l’altruismo di quanto lo sarebbe se fossimo geneticamente programmati per essere altruisti. Tra gli animali, l’uomo è l’unico dominato dalla cultura, dalle influenze apprese e tramandate. Alcuni direbbero che la cultura è così importante che i geni, egoisti o meno, sono virtualmente irrilevanti per la nostra comprensione della natura umana. Altri non sarebbero d’accordo. Dipende tutto da dove vi collocate nel dibattito “natura contro cultura” come determinanti degli attributi umani. Questo mi porta alla seconda cosa che questo libro non è: non è una difesa di una posizione o l’altra nella controversia natura/cultura. Naturalmente ho le mie opinioni su questo, ma non le esprimerò, se non implicitamente nella visione della cultura che presenterò nell’ultimo capitolo. Se i geni si rivelano totalmente irrilevanti per la determinazione del moderno comportamento umano, se siamo davvero unici tra gli animali in questo aspetto, quantomeno è ancora interessante indagare sulla regola di cui siamo recentemente diventati l’eccezione. E se la nostra specie non è così eccezionale come ci farebbe piacere pensare, è ancora più importante che studiamo questa regola.

La terza cosa che questo libro non è: non è una descrizione dettagliata del comportamento dell’uomo o di qualunque altra specie animale. Userò i dettagli fattuali solo come esempi illustrativi. Non dirò “se guardate il comportamento dei babbuini scoprirete che sono egoisti; quindi c’è un’alta probabilità che anche il comportamento umano sia egoista”. La logica del mio argomento del “gangster di Chicago” è molto diversa. È la seguente. Gli umani e i babbuini si sono evoluti per selezione naturale. Se guardate il modo in cui funziona la selezione naturale, sembra predire che qualunque cosa si evolve per selezione naturale debba essere egoista. Quindi, quando andiamo ad osservare comportamento dei babbuini, degli umani, e di tutte le altre creature viventi, dobbiamo aspettarci che siano egoisti. Se ci accorgiamo che la nostra aspettativa è sbagliata, ad esempio perché il comportamento umano è davvero altruistico, allora siamo di fronte a qualcosa di strano, qualcosa che ha bisogno di una spiegazione.

[continua…]

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