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«Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre…»


Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso) 3 DI 3

(parte 2)

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

–  Lei però ora mi deve spiegare su quali basi avete ritenuto che il vostro Dio fosse il creatore di tutto l’universo.

–  Beh, ce l’ha detto lui.

–  Di persona?

–  No, di persona no. L’ha lasciato scritto.

–  Di suo pugno?

–  Uhm… no. L’ha dettato a uno che l’ha scritto per lui.

–  E questo qualcuno era uno fidato?

–  Beh, era uno che poteva parlare con Dio, quindi immagino di sì.

–  Perché, Dio parlava solo con alcuni?

–  No, no, Dio ha parlato con tutti quelli che volevano parlargli, quando è sceso sulla Terra.

–  E il resto del tempo dove stava?

–  Da qualche parte, o ovunque, che ne so: quelle cose che uno può permettersi quando è Dio.

–  Insomma: era da un’altra parte, ma dettava a qualcuno la sua storia.

–  Ecco. Esatto.

–  Per telefono?

–  Ma no! Dio non ha bisogno del telefono. Ti appare, lo senti nella testa che ti parla, immagino.

–  Lei mi sta dicendo che tutta la vostra teoria sull’esistenza di un Dio che avrebbe creato la Terra e tutto il resto dell’universo si basa unicamente sulla storia riferita da uno che sentiva le voci?

–  Aspetti, non sia sempre così drastico. Innanzitutto quella stessa storia l’hanno scritta in molti.

–  Quanti?

–  Beh, ad esempio, solo per i cristiani in quattro.

–  E siete convinti che dicessero la verità?

–  Certo: le storie che raccontano sono molto simili. In alcuni casi combaciano alla perfezione.

–  Le rifaccio la domanda: la vostra convinzione di essere i figli prediletti di un Dio che avrebbe creato prima voi e poi tutto il resto dell’universo si basa sulla storia scritta da uno che sentiva le voci e da tre che hanno copiato?

–  Prima di risponderle, mi aiuti a capire una cosa: io qui sto rispondendo per quanto riguarda me o per conto di tutta l’umanità?

–  Mi faccia pure un quadro d’insieme.

–  Bene. Perché non è che io sia il tipo di persona propriamente religiosa.

–  Mi basta sapere poche cose, molto semplici.

–  Mi dica.

–  Innanzitutto, lei, prima, ha detto che il vostro Dio è “sceso sulla Terra”. Non vi ha sfiorato l’idea che potesse essere un alieno, uno come me?

–  No.

–  Perché no?

–  Perché, a quanto ne so, Dio ha il pollice opponibile. Comunque no, la storia non è così. E deve anche sapere che quella che le sto per raccontare è solo una delle storie, quella del Dio dei cristiani, uno dei più popolari sulla Terra.

–  Per un solo pianeta avete più di un Dio?

–  Ce ne sono decine, se è per questo.

–  Non vi sembra eccessivo?

–  Dipende. Ognuno ovviamente crede che il suo Dio sia quello giusto.

–  Esiste un Dio giusto e tutti gli altri sono sbagliati?

–  Diciamo che il concetto di Dio è più o meno uguale per tutti, poi esistono versioni discordanti riguardo le sue origini.

–  Credo di non capire.

–  Il Dio dei cristiani, ad esempio, è lo stesso di quello degli ebrei. Anche la prima parte del libro sacro che ne parla è uguale per entrambi.

–  E allora perché non si mettono d’accordo?

–  Perché i primi credono – come le dicevo appunto poco fa – che quel Dio abbia mandato suo figlio sulla Terra, per salvarci, mentre gli altri (peraltro in compagnia dei mussulmani) ritengono che non si trattasse del figlio di Dio, ma di un semplice profeta.

–  Anche del nostro girava voce che non fosse il vero figlio di Dio. Poi la madre ha chiesto l’esame del DNA e Dio è stato costretto a riconoscerlo, se non altro perché sapeva che non gli rimaneva molto tempo a disposizione e aveva bisogno di un erede, in modo che il titolo non rimanesse vacante.

–  No, sul nostro restano pareri discordanti.

–  Com’è possibile, mi scusi? Alla fine vi ha salvato o era solo un profeta?

–  Non lo sappiamo: l’hanno ammazzato prima che si potesse capire.

–  Chi l’ha ammazzato, i cristiani o gli ebrei?

–  Entrambi: ognuno ci ha messo del suo. L’hanno inchiodato a dei pali di legno a forma di croce.

–  Mi sembra un modo strambo e incredibilmente crudele di ammazzare qualcuno.

–  Infatti. Lo è al punto che i cristiani ricordano quel momento ogni anno, e si riconoscono perché portano al collo una piccola croce con attaccato il figlio di Dio.

–  Non le pare un po’ macabro? E’ come se, per dire, tutti i Marmelletri portassero al polso un ciondolo raffigurante uno costretto a starnutire.

–  Non la seguo.

–  Su Marmelloso Dietro vige la pena di morte…

–  E fino a qui ci arrivo.

–  Beh, viene comminata per induzione di strarnuto. Ti tengono fermo, ti solleticano il naso con una piuma, o in alcuni casi ti fanno annusare del pepe, e pochi secondi dopo: etciù! Una cosa agghiacciante.

–  In effetti potrebbe sembrare un’usanza macabra… solo che ormai ci abbiamo quasi fatto l’abitudine a vederlo appiccicato lassù.

–  Ma cosa aveva fatto per meritarsi una morte così orrenda? Debiti, come il nostro?

–  No. A dire la verità, da quel che se ne sa, pareva essere una brava persona. Un po’ fulminato, se mi passa il termine; magari un tantino fuori dal tempo; un po’ troppo sulle sue e con delle idee particolari, se vogliamo, ma alla fine – fondamentalmente – era solo uno che voleva cambiare il mondo in meglio.

–  Tornando al padre, mi sembra di aver capito che queste due versioni di Dio abbiano il maggior numero di fan.

–  Noi non li chiamiamo propriamente fan e, per rispondere alla sua domanda, no, affatto: ce ne sono molti altri.

–  Mi farebbe una classifica?

–  Ora mi coglie un attimo impreparato: esistono decine di religioni, e ancora più divisioni interne.

–  Anche una cosa di massima…

–  Allora, sono sicuro che al primo posto ci sia il Cristianesimo, con più o meno due miliardi di credenti divisi tra cattolici, protestanti, ortodossi e non so che altro. Al secondo posto, ma di poco, c’è l’Islam. Poi, tra quelli che mi ricordo, l’Induismo, il Buddhismo e l’Ebraismo, in quest’ordine. Ma dovrei controllare.

–  Mi tolga una curiosità, l’ha fatto anche prima: perché usa la parola “credenti” e non, che so, “seguaci”, o “ammiratori”?

–  Perché a Dio ci si crede o non ci si crede. E’ quello che le persone religiose chiamano “atto di fede”, cioè, “voglio credere che esista un Dio anche se non l’ho mai visto”.

–  Vuole dirmi che anche tutti questi altri non hanno prove certe dell’esistenza del loro Dio?

–  No, alla fine nemmeno loro. Tutti hanno libri, tradizioni, storie che si tramandano, cose che a Dio piacciono e cose che Dio dice di non fare, ma se mi chiede se esistono una foto, un’impronta digitale di Dio o, che so, un foglietto con su un autografo, no, non ce ne sono, nemmeno su eBay.

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

–  Mi chiedo: dal momento che nessuno di voi l’ha visto di persona né, a quanto pare, siete sicuri di dove sia e come sia fatto, non vi converrebbe mettervi tutti d’accordo e scegliere un solo Dio?

–  Lei tocca un tasto dolente: la maggior parte delle guerre sulla Terra sono causate da opinioni contrastanti a proposito di quale sia il Dio giusto.

–  Prima però mi ha detto che parecchie religioni hanno origine dalle stesse basi, e che certe condividono addirittura alcuni dei personaggi principali.

–  E’ esatto. Escluse alcune differenze.

–  Ad esempio?

–  Boh, la prima che mi viene in mente è che, ad esempio, i cristiani e gli ebrei hanno i dieci comandamenti, mentre i mussulmani no.

–  Cosa sono i dieci comandamenti?

–  Sono dieci leggi che Dio desidera vengano rispettate, altrimenti si commette peccato.

–  Peccato?

–  Sì, si fa una cosa che a Dio non piace.

–  Però magari a voi piace farla.

–  Già, molto spesso è proprio così. Però quelli che credono in un Dio si sforzano di non farlo arrabbiare.

–  E lui cosa gli dà in cambio?

–  Ma non è una di quelle cose che si fanno per ottenere qualcosa in cambio! Lo fanno perché credono che quello che Dio dice sia giusto.

–  Senta, io non so da voi, ma su tutti i pianeti che mi è capitato di visitare nessuno fa niente per niente.

–  Va bene, ok, se vuole proprio vederla così, in cambio ottengono la vita eterna.

–  Sarebbe a dire che non muoiono mai?

–  No, per morire muoiono eccome. Solo che Dio gli promette che, quando succederà, gli troverà un posto ancora più bello in cui stare, per sempre.

–  Su un altro pianeta? Non potevano semplicemente prendere il filobus, invece di aspettare di morire, per viaggiare? E poi, ancora una cosa: che ci vanno a fare su un altro pianeta da morti? Come fanno a goderselo?

–  Primo: non è detto che si tratti di un altro pianeta, e nemmeno sappiamo come sia fatto, questo posto, o dove si trovi. Secondo: quando ci vanno non sono più morti: Dio li fa tornare vivi.

–  Voi avreste un Dio che è in grado di resuscitare i morti?

–  Io non lo so se è capace di farlo: so solo che chi gli crede ne è assolutamente convinto.

–  Ho una domanda.

–  Prego.

–  Se di là è tanto più bello che di qua, perché non vi ammazzate tutti ora, così andate a starci senza questa cosa noiosa di aspettare di dover morire?

–  Non si può.

–  Perché?

–  Perché sarebbe peccato: molti terrestri ritengono che la vita sia un dono di Dio, e che solo lui possa decidere di toglierla.

–  Quindi non è effettivamente un regalo: è un prestito.

–  Se la vuole mettere giù così, sì, più o meno.

–  Ne ho un’altra: sa dirmi se esiste la certezza che questi morti siano effettivamente andati a finire in un posto più bello e che, soprattutto, siano lì da vivi? E’ tornato qualcuno, da quel posto in cui li porta, che vi abbia confermato che è tutto vero?

–  No, da lì non può tornare nessuno. Si chiamano morti mica per niente.

–  Sì ma, sempre da quello che mi ha detto lei, una volta arrivati sarebbero dovuti tornare in vita. Sarebbe bastato che uno, uno solo, prendesse il filobus e facesse il viaggio di ritorno per venirvi a dire: “Oh, a proposito di quella cosa della vita dopo la morte di cui discutevamo quando io ero vivo: guardate che è tutto vero, eh? Ora ritorno lì perché, in effetti, rispetto a quello in cui stiamo ora, questo posto fa davvero schifo. Saluti a casa a tutti e statemi male, così ci vediamo prima!”.

–  Come le ho già detto, quelli che credono in Dio ritengono che già solo mettere in discussione questo assunto – e parecchi altri – significhi commettere peccato.

–  Ah, ce ne sono altri?

–  Sì, certo. Di quelli che ricordo io uno, ad esempio, è che Dio è uno e trino.

–  Questa me la deve spiegare.

–  In sostanza significa che Dio è un essere solo, ma diviso in tre persone.

–  Non ho detto che non avevo capito bene, chiedevo solo che mi spiegasse come è possibile.

–  Come è possibile non lo so.

–  Messa così è come sostenere che 7 per 6 fa 54.

–  Ecco, ha più o meno centrato il punto dei cristiani: accettare un dogma significa credere per davvero che 7 per 6 faccia 54. Perché lo dice Dio.

–  Ora sono curioso di sapere chi sarebbero queste tre persone.

–  Beh, una è Dio.

–  Mi sembra logico.

–  Una è suo figlio, quello di cui parlavamo prima.

–  Va bene.

–  In che senso “va bene”?

–  Ok, andiamo avanti, mi dica la terza.

–  E questa me la passa così? Nessun appunto sul fatto che uno non può essere contemporaneamente padre e figlio di sé stesso?

–  Amico, non so come dirglielo… Se lei, come me, avesse assistito al casino che è successo dopo che si è diffusa la notizia che per viaggiare nel tempo erano sufficienti un tostapane e della crema solare, le assicuro che incontrare qualcuno che fosse effettivamente figlio di sé stesso sarebbe stato all’ordine del giorno.

–  Ora sono io a non capire.

–  Credo che sulla Terra abbiate un modo di dire secondo il quale gli uomini, inconsciamente, cercano nelle donne le caratteristiche della propria mamma. Beh, a quei tempi qualcuno si chiese: allora, perché non farsi direttamente la mamma?

–  Oh.

–  Già.

–  Beh…

–  Non c’è bisogno che dica niente. Le avevo detto che se i viaggi nel tempo erano stati vietati c’era un motivo. Piuttosto, mi dica chi era la terza persona.

–  La terza persona non è una persona.

–  Ah no?

–  No. E’ un uccello.

–  Un uccello…

–  Sì, beh, è così che viene spesso raffigurato: si chiama Spirito Santo.

–  Alla fine è un uccello o no?

–  I credenti l’hanno descritto a volte come una colomba, a volte come acqua, a volte come fuoco, altre come una nuvola, o un raggio di luce.

–  Dica la verità: non sa dirmi com’è fatto.

–  No.

–  Però a questa cosa della trinità ci credete un po’ tutti.

–  Ci credono i cristiani, perché secondo i mussulmani e gli ebrei, invece, lo Spirito Santo esiste ma non è parte di Dio.

–  Però il figlio sì.

–  No. Secondo i mussulmani il figlio era un profeta, ma non il più importante. Anche gli ebrei non ritengono che sia Dio e nemmeno il figlio di Dio, malgrado fosse uno di loro.

–  Uno di loro chi?

–  Il figlio di Dio: era un predicatore ebreo.

–  Mi sta dicendo che perfino il figlio di Dio crede a una religione diversa da quella che lo ritiene figlio di Dio?

–  Lei ha questo vizio di ridurre sempre le cose ai minimi termini.

–  Ha ragione. Ricapitoliamo, così mi spiega dove sbaglio: una delle divinità che va per la maggiore sul vostro pianeta predica l’umiltà ma coltiva un ego smisurato al punto da pretendere di agire in regime di monopolio; vi costringe ad essergli fedeli e rispettare le sue leggi facendovi credere che se lo farete e sarete carini con lui dopo che sarete morti andrete a stare in un posto molto più bello, che però nessuno ha mai visto nemmeno in foto, nessuno sa dire dove si trovi, e da cui nessuno è mai tornato indietro; dite che vi ha regalato la vita, ma poi non potete farci quello che volete; sostiene di essere uno ma anche tre persone e ai pochi che sostengono di averlo visto – che già, oggettivamente, avevano qualche motivo per avere le idee poco chiare – si è presentato a volte vestito da Dio, a volte da figlio, altre da uccello, poi da nuvola, da luce, da acqua e altre ancora da fuoco; infine, ha un figlio che segue una sola delle tre religioni di cui è protagonista e, guarda, caso, è l’unica nella quale non è suo figlio. Ho detto tutto?

–  Non lo so, ma facciamo finta di sì.

–  A questo punto mi rimane da chiederle una sola cosa.

–  Dica.

–  Questo “Dio”, vi ha fatto firmare qualcosa?

–  Che io sappia, no.

–  E voi le avete avvisate le associazioni dei consumatori, sì?

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

–  Se posso permettermi, questa vostra ossessione per l’immortalità ha un che di bizzarro.

–  Non è che sia propriamente un’ossessione… Diciamo che alcuni di noi si lasciano consolare dalla possibilità che possa esserci una seconda vita.

–  E nel frattempo fate sacrifici in questa, che – se non mi sbaglio, e fino a prova contraria – è l’unica sicura?

–  Sono sacrifici tutto sommato sopportabili. Voglio dire: che cosa ci costa non mangiare carne il venerdì?

–  E perché non dovreste mangiare carne il venerdì?

–  Beh, perché Dio non lo vuole.

–  E che cos’ha Dio contro la carne?

–  Semmai c’è da chiedersi che cosa abbia contro il venerdì. Glielo dico io: è il giorno in cui è morto.

–  Mi perdoni, ma se ho capito bene non è che “è morto”: ne avete ammazzato ⅓.

–  Esatto.

–  E ve la fa pagare vietandovi il barbecue?

–  No, mettiamola così: mangiare pesce o un qualsiasi cibo più povero al venerdì è un modo per fare presente a Dio che non ci siamo scordati di quel giorno.

–  Secondo me Dio sarebbe stato più contento se ci aveste pensato prima.

–  E’ probabile. Comunque, dipende dalla religione di cui stiamo parlando. La cosa della carne vale solo per il Dio dei cristiani.

–  Meno male. Per un attimo ho avuto l’impressione che tutti gli dei che vi siete scelti avessero questa strana ossessione per la carne.

–  Assolutamente no. Per quello dei mussulmani è il maiale.

–  Il maiale?

–  Sì, e gli alcolici: sono cose da bere che rendono più allegri.

–  Dovreste essere tristi?

–  No: è che si è troppo allegri ci si scorda di Dio e della preghiera.

–  Fermo. Uno: che cos’è la preghiera? Due: che cos’è il maiale? Tre: perché essere troppo allegri vi fa dimenticare Dio?

–  Diventa sempre più difficile. Allora… della preghiera ne abbiamo già parlato: è quando ci si rivolge in modo umile a Dio per chiedergli qualcosa, o anche solo per salutarlo. Il maiale, invece, è un’animale. Uno di quelli piuttosto sfortunati, perché è quasi tutto buono da mangiare, e con le parti che non sono buone si ottengono altre cose utili, come i pennelli…

–  Un attimo…

–  Se però sta per chiedermi che cosa sono i pennelli non ne usciamo più.

–  Non è importante?

–  No, non molto. Comunque, sono degli oggetti che servono per colorare le cose. Le pareti di casa, ad esempio.

–  E perché volete che le vostre pareti di casa siano di color maiale?

–  Mi segua, non è difficile: il colore ci va messo sopra, e il pezzo del maiale serve per spanderlo.

–  Ho capito: voi colorate il maiale; lo chiudete in una stanza; lui si strofina sulle pareti e colora la stanza.

–  Guardi: io starei anche qui a spiegarle che il maiale non si strofina contro niente perché è morto, ma poi lei mi suonerebbe il requiem come per le ciabatte. Quindi le dico che sì, il maiale fa tutto da solo e noi, molto riconoscenti, lo lasciamo libero quando ha finito.

–  Lei non ha pazienza. E’ una caratteristica esclusiva sua o la condivide con il resto della specie?

–  Non ho pazienza e neanche memoria, per cui non mi ricordo qual era la terza domanda.

–  Perché essere felici vi fa dimenticare Dio?

–  Giusto: perché se uno è allegro non ha niente da chiedere e quindi niente per cui pregarlo.

–  Va bene. Ricapitolando: il venerdì niente carne per i cristiani e niente maiale o alcolici per i mussulmani.

–  No: i mussulmani il maiale non possono mangiarlo mai perché è ritenuto un animale immondo.

–  Perché è sporco di vernice?

–  E’ una storia lunga, complicata, controversa e che, per di più, so a malapena. Davvero vuole che gliela racconti?

–  Può fare un riassunto?

–  Il Dio dei mussulmani ritiene che il sangue sia impuro e che quindi l’unico modo ammesso per mangiare un animale sia quello di sgozzarlo recidendogli la giugulare e fare uscire tutto il sangue. Il maiale è grasso e ha un tipo di collo che non permette di farlo, per cui il sangue resterebbe nel corpo a contaminare le carni.

–  Mi scusa un secondo?

–  Prego.

– 

–  …

–  Rieccomi, grazie.

–  Problemi con la gente che sta lì fuori?

–  No, sono solo svenuto un attimo.

–  Mi spiace. Spero che la gente fuori da quella cabina non si sia preoccupata.

–  Non ne ha avuto il tempo.

–  In che senso?

–  Svenendo, ho sbattuto la faccia contro la parete della cabina e mi è uscito il sangue dal naso. Sono svenuti anche loro.

–  Tutti e tre miliardi?

–  …e centosessantottomilioni quattrocentoundicimila settecentoventinove.

–  Sì, quel che è. Per un po’ di sangue dal naso?

–  Siamo una specie piuttosto sensibile alla vista del sangue.

–  Ho capito, ma è stato lei che ha voluto che le raccontassi questa cosa.

–  Ha ragione: lei non poteva saperlo. Le chiedo solo, per cortesia, di tenerne conto per il futuro. E’ anche uno dei motivi per cui inizialmente avevamo scartato l’acquisto della Terra.

–  Cosa, il sangue?

–  No: i telefilm con i vampiri. Ne avete in onda troppi.

Bip

–  Che cosa ha detto, scusi?

–  Io non ho detto niente.

–  Lei ha fatto “Bip”.

–  No.

–  Io ho sentito “Bip”.

–  Non lo metto in dubbio, ma non sono stato io, glielo giuro.

–  Ne è sicuro?

–  Direi di sì: in genere non faccio mai “Bip” senza un motivo ben preciso.

–  Strano, ma vabbé. Dicevamo?

–  Dipende a quale parentesi aperta si riferisce.

–  Facciamo che chiudiamo quella sul sangue.

–  Va bene.

–  Stavo per dirle che non è facile stare dietro ai vostri dei.

–  Perché?

–  Troppe variabili: per i cristiani niente carne, ma solo il venerdì; per i mussulmani la carne va bene, ma quella di maiale mai. Credo che se fossi in voi sceglierei il Dio degli ebrei, che non mi sembra avere particolari pretese.

–  No, infatti. Se escludiamo il divieto di mangiare maiale, esattamente come per i mussulmani, e ci aggiungiamo il cammello, il cavallo, il coniglio, alcuni tipi di volatili, qualche specie di locusta e tutti i pesci non dotati di squame e pinne, no, nessuna particolare pretesa.

–  Questo tutti i giorni?

–  Esatto, tutti i giorni. E il sabato diventa peggio, perché ci sono anche trentanove cose che non si possono fare.

–  Trentanove?

–  Trentanove.

–  Me ne dice qualcuna?

–  Promette di non chiedermi per ciascuna che cosa vuol dire?

–  Prometto.

–  Non le ricordo tutte, ma so che si sabato è ad esempio vietato arare, ventilare, macinare, cucire, tessere, cacciare, scuoiare, scrivere, disegnare, spegnere o accendere un fuoco, legare e slegare, dividere due fili, cardare e formare covoni.

–  Formare che cosa?

–  Ehi, aveva promesso!

Bip Bip

–  Di nuovo! Cos’era?

–  Non lo so. Questa volta l’ho sentito anche io.

–  Lei è sicuro di non fare “Bip”, che so, anche involontariamente?

–  A chi non capita di fare “Bip” in alcuni momenti della giornata?

–  Dice sul serio?

–  Ovvio che no, ero ironico.

–  Resta il problema di che cosa ha fatto “Bip”, allora.

–  E non ce ne faremo una ragione fino a quando non lo avremo scoperto, giusto?

Bip Bip. TerraCom, "Verso l'Universo"...

–  Ecco, era solo…

–  Shhh! Zitto, sentiamo!

...Il tempo a sua disposizione per questa TimeCallTM
con opzione Genesi sta per scadere. Nel caso volesse
continuare la conversazione, la preghiamo di inserire
altre monete nell'apposita fessura, altrimenti la
invitiamo a riagganciare e la ringraziamo per la
preferenza accordataci.

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

Che cos’è stato?

– Immagino la signorina della compagnia telefonica.

E perché aveva quella voce?

– Quale voce?

In falsetto, stridula. Quasi come quella di un Gioviale.

– Quella è la voce che hanno le donne sulla Terra. Le vostre no?

No. Fortunatamente abbiamo altri modi per riconoscerle e non scambiarle per maschi.

– Posso immaginare.

Bravo: dal grosso pomo d’Adamo, ovviamente.

– Sa una cosa? Ho il sospetto che non vi troverete granché bene sulla Terra.

Lei dice?

– Mi riferisco specialmente all’interazione con gli umani.

Beh, questo non è più un problema.

– No?

Siete spariti tutti.

– Ha ragione anche lei.

Il che ci porta al problema che ci illustrava poco fa quella signorina. Un grosso problema.

– Ovvero?

Io non ho altri dischi di metallo da inserire in questo telefono.

– Monete. Non ha altre monete?

No.

– Siete lì in tre miliardi e nessuno le può prestare una moneta?

Tre miliardi e centosessantottomilioni…

– …quattrocentoundicimila e qualcosa, lo so.

…e settecentoventinove. E comunque no: come poteva
facilmente dedurre quando le ho spiegato che da noi non esistono i soldi,
nessuno di noi porta con sé piccoli dischi di metallo.

Bip Bip. TerraCom è lieta che i suoi servizi stiano riscontrando il suo gradimento…

– Rieccola.

…Al punto da ignorare che il tempo a sua disposizione per questa TimeCallTM con opzione Genesi è ormai quasi scaduto.
Per continuare la conversazione in corso è necessario che lei inserisca altre monete nei prossimi 5 minuti, altrimenti la chiamata verrà interrotta.
Come già poco fa, la ringraziamo per la preferenza accordataci.

Abbiamo un grosso problema. E cinque minuti sono troppo pochi.

– Perché parla al plurale? E cinque minuti sono troppo pochi per fare cosa, esattamente?

Mi sembra logico pensare che il problema sia tanto nostro quanto suo, o sbaglio?

– Sbaglia. Per quanto abbia gradito questa lunga conversazione, quando la chiamata cadrà sa che cosa farò?

No.

– Riaggancerò la cornetta del telefono; mi toglierò le pantofole senza chiedergli il permesso; mi allaccerò le scarpe; prenderò le chiavi di casa;
aprirò la porta con le chiavi di casa; uscirò dalla porta; scenderò le scale; camminerò per trecento metri; girerò l’angolo;
mi siederò al tavolo del mio pub preferito e ordinerò il solito branzino.

Che cos’è un branzino?

– E’ un pesce.

Perché, è venerdì?

– Lo ordinerò anche se non è venerdì, come del resto faccio tutti gli altri giorni della settimana.

Lei mangia solo branzini?

– Preferibilmente.

Posso chiedere perché?

– Perché mi piacciono. E perché dove vado a mangiarli li fanno squisiti alla brace.

Indipendentemente dalla loro volontà?

– In che senso, scusi?

Da noi è l’animale che viene cucinato a scegliere la modalità di cottura: ci sembra giusto che possa morire mettendo in
mostra le sue potenzialità, sapendo di dare il meglio di sé.

– Poi si suicida lui una volta che si è tuffato sulla padella o continua a dettarvi la ricetta fino a che ce la fa?

Questa è ironia, se ho ben capito, giusto?

– Bravo.

Mi compiaccio. Il fatto è che però lei non farà niente di tutto questo.

– No?

No. Le spiego: io la sto chiamando da un futuro che è non molto lontano da dove si trova lei adesso.

– Esatto. O almeno così sostiene lei.

…E in questo futuro voi non ci siete più. Di lì a quarant’anni sarete spariti. Probabilmente – e dico “probabilmente”
perché non ne ho la certezza – vi sarete estinti, cosa che avreste potuto evitare se non aveste questo brutto vizio di non leggere che cosa
c’è scritto sotto i tappi dei succhi di frutta. Significa che lei sarà lì a estinguersi. Tra parentesi: ha figli, è sposato?

– No.

Questo non cambia le cose: lì a estinguersi assieme a lei ci saranno anche i suoi futuri figli, la sua futura moglie
, i suoi amici del pub, tutti i branzini che avrebbe potuto mangiare, e la sua intera specie. L’unica probabilità che tutto questo
non accada – mi corregga se sbaglio – è che noi, da qui, si riesca a capire che cosa vi è successo e quando, in modo che possiate
evitare di arrivarci, a quel momento.

– E io sarei quello che dovrebbe avvertire tutti gli altri?

Mi sembra ovvio. Lei, d’altro canto, rappresenta la nostra unica speranza di salvezza: capire se dopo quello
che è successo questo pianeta è ancora abitabile o, in alternativa, avvertire qualcuno perché possa tornare a prenderci e riportarci
a casa.

– Ma io non sono assolutamente in grado! Non sono uno capace di farsi notare. E nemmeno di farsi ascoltare. Non conosco nemmeno il nome della cameriera del pub che mi serve tutte le sere, e quando è lei a parlare a me riesco a malapena a deglutire.

Se posso permettermi un consiglio – e dal momento che è in gioco il destino di due intere specie credo di potermelo permettere -, risolviamo un problema alla volta: senza che lei pensi che sia mia intenzione sminuirlo, quello della timidezza può passare al momento in secondo piano.

Bip Bip. TerraCom continua a ringraziarla per la fedeltà che sta dimostrando, tuttavia è obbligata a ricordarle che ignorare
gli avvertimenti non allungherà la durata della presente TimeCallTM con opzione Genesi oltre i 4 minuti che le restano
a disposizione. Se ha delle altre monete le inserisca, altrimenti riagganci. Una chiamata è un’emozione: non ci costringa a interromperla.
Con immutata stima.

– Ho quattro minuti. Quattro minuti per salvare la Terra!

Cominciamo col non farci prendere dal panico.

– Lo dice come se avesse in mente una soluzione.

A dire la verità, un modo, forse, c’è.

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)–  Ho quattro minuti per salvare la Terra da non so che cosa, e lei mi si mette a fare il criptico. Conosce un modo che ci eviterebbe di sparire?

–  Si ricorda quando, prima, le ho parlato del divieto di viaggiare nel tempo?

–  No, la scongiuro: la storia ce la raccontiamo dopo. Io ora ho bisogno di sapere che cosa fare. E se riusciamo a capirlo subito è meglio per tutti.

–  Beh, le ho accennato dell’esistenza di una Polizia del Tempo Congiunta che si occupa di rilevare tutte le violazioni…

–  Proprio non ce la fa, ho capito. Quindi?

–  Ebbene, non sto qui a dirle quanti esseri viventi sono stati colti in flagrante con un tostapane in mano e completamente spalmati di crema solare. Gli oggetti e le cose inanimate, invece, hanno dimostrato di cavarsela meglio.

–  Mi.Dica.Cosa.Devo.Fare.

–  Lei, innanzitutto, questa moneta che a me serve, ce l’ha?

–  Un attimo… Ecco… ne ho quattro nella tasca dei pantaloni. Ma a lei da quanto le servono?

–  Mi servono da ora, ovviamente, che domande mi fa?

–  No, intendevo il valore… Non importa, lasci stare.

–  Prenda le quattro che ha, le incarti bene e poi si guardi in giro e cerchi un contenitore pesante, fatto di pietra, o leghe di metallo… Un qualcosa di indistruttibile, possibilmente.

–  Ho incartato le monete. Ora cerco il contenitore: può andare bene un grosso posacenere di cristallo?

–  Lei fuma?

–  Sì, e allora?

–  Quindi fuma e non fa la raccolta differenziata.

–  Provi per un secondo a focalizzare la sua attenzione sulla salvezza della sua specie e risponda: va bene il posacenere o no?

–  No. Troppo fragile. L’ideale sarebbe qualcosa scavato nella pietra.

–  Facciamo così: le metto dentro la cosa più robusta che ho.

–  Cos’è?

–  Una teiera.

–  Bip Bip. TerraCom è in qualche modo lusingata dalla sua ostinazione, tuttavia si trova costretta a farle nuovamente presente che le monete che ha inserito non sono sufficienti a coprire il costo di questa TimeCallTM con opzione Genesi oltre i prossimi 3 minuti . Saluti anche da parte nostra il suo interlocutore e riagganci fintanto che è possibile farlo ancora con le buone.

–  Tre minuti! Ho le monete, ho la teiera. Che ci faccio?

–  Lei ha un giardino?

–  E’ importante?

–  Abbastanza.

–  Sì, è del condominio, davanti la porta di casa.

–  Il filo del telefono ci arriva?

–  E’ un telefono con l’antenna: dovremmo riuscire a sentirci anche lì.

–  Allora le istruzioni diventano semplici.

–  Devo andare in giardino?

–  No, deve correre in giardino.

–  …

–  Sta correndo?

–  Sono per le scale.

–  Bene.

–  …

–  Sono parecchi gradini?

–  Abito al terzo piano.

–  Capisco. Dovremmo riuscire a farcela, se ci sbrighiamo.

–  Eccomi, sono in giardino e ho in mano la teiera con le monete.

–  Ora dovrebbe procurarsi una vanga.

–  Lei lo capisce, vero, che da queste parti una vanga non è uno di quegli oggetti che uno si porta dietro in caso di improvvisa necessità?

–  Se preferisce può usare le mani: l’importante è che il buco sia piuttosto profondo.

–  Devo scavare?

–  Starei qui ore a lodarla per la sua intuitività, ma non credo basti il tempo.

–  Io però non posso scavare un buco qui, così, senza un motivo che possa sembrare minimamente plausibile in una riunione di condominio.

–  Può sempre spiegare ai suoi vicini di casa che non è più necessario vi ritroviate, dal momento che sarete presto estinti.

–  …

–  Sento dei rumori. Ha già iniziato a scavare?

–  No, sto forzando la posta della cabina degli attrezzi del giardiniere.

–  Io però sento un rumore metallico.

–  Ho preso il lucchetto a colpi di teiera. E le farà piacere sapere che ho trovato la vanga.

–  Mettiamola così: mi sforzo di condividere la sua felicità per non essere costretto a usare le mani.

–  Bip Bip. TerraCom è lieta di informarla che sta perdendo la pazienza: appare chiaro che se avesse avuto a disposizione altre monete a questo punto le avrebbe inserite. Questa TimeCallTM con opzione Genesi verrà interrotta entro i prossimi 2 minuti e sarà nostra cura tentare di farlo a metà di una frase importante. Senza rancore.

–  Io non so però quanto può venire profondo un buco, in due minuti.

–  Ha iniziato a scavare?

–  Certo che ho iniziato.

–  Ha scelto un posto che non dia nell’occhio?

–  Se la con sua domanda intende chiedermi se ho sottoposto il terreno ai necessari studi geologici, no, non l’ho fatto.

–  C’è una cosa ancora più importante che deve fare, mentre continua a scavare.

–  E cioè?

–  Dirmi dove ha scavato il buco.

–  Se ha da scrivere le lascio l’indirizzo: 42 Ladbroke Grove, Kensington, Londra.

–  Temo, a questo punto, di essere io a non riuscire a spiegarmi.

–  Qual è il problema adesso?

–  Come ho avuto modo di ripeterle più volte, noi siamo arrivati qui e abbiamo trovato un allagamento in corso, un cartellone pubblicitario su cui era scritto il suo numero e una cabina telefonica. Nient’altro.

–  Quindi?

–  Lei mi ha dato il suo indirizzo di casa, e a questo punto dovrebbe avere ormai capito che nel momento in cui la sto chiamando casa sua non esiste più. E le dirò di più: Kensington ha fatto la stessa fine, assieme a tutto il resto di quella città che chiamavate Londra.

–  Lei mi sta dicendo che non c’è un solo palazzo che sia rimasto in piedi?

–  No.

–  Una strada?

–  Magari mi sbaglio, ma a me sembra di essere abbastanza pignolo nel descrivere le cose. E quando dico che abbiamo trovato solo un cartellone pubblicitario e una cabina del telefono, non sto dicendo “due cose” nel senso di “un po’”: dico “due cose” e intendo davvero dire “due cose”: un cartellone e una cabina. Punto.

–  Su tutto il pianeta?

–  Glielo sto ripetendo dall’inizio della telefonata. Pensi a una città, una qualsiasi: bene, quella città non c’è più, indipendentemente da come eravate abituati a chiamarla. Per questo ho assoluto bisogno che mi dia qualche indicazione in più.

–  Ho capito. Ma a lei, esattamente, cosa serve sapere dove abitavo?

–  Serve perché io possa mandare qualcuno a trovare la teiera che lei ha sotterrato.

–  Si arrabbia parecchio se le dico che non ho ancora ben presente come funzioni tutta questa cosa?

–  La mia specie non è in grado, come dite voi di “arrabbiarsi”. Ci limitiamo a diventare puntigliosi. Se mi conferma che sta continuando a scavare le spiego quello che non ha capito.

–  Sto scavando.

–  Bene. La faccenda è piuttosto semplice: lei sotterra la teiera con dentro le monete, e io mando qualcuno a prenderla. La teiera viaggia nel tempo nell’unico modo che conoscete – che poi è anche l’unico permesso -: in avanti.

–  E come fa la teiera a viaggiare nel tempo?

–  Rimanendo sotterrata per 44 anni, nella speranza che qualcun altro, nel frattempo, scavi in quel punto e la trovi. Funziona così: io non posso inviarle niente perché per farlo dovrei contravvenire alle leggi che vietano i viaggi nel tempo; lei, invece, può farmi avere delle cose semplicemente facendo in modo che si conservino fino al momento in cui io arriverò sul suo pianeta.

–  Ah. Era così facile?

–  Già.

–  Bip Bip. TerraCom a questo punto prova piacere a informarla che provvederà a porre fine alla sua stupida chiamata nel corso del prossimo minuto. Siamo spiacenti che nessuno dei nostri operatori sia in questo momento libero per venire a insultarla di persona. Ci consola solo sapere che con tutta probabilità non sarà in grado di concludere il discorso avendo a disposizione un solo minuto. Che poi sono diventati 45 secondi mentre ascoltava questo messaggio registrato. Addio.

–  Quanto è profondo il buco?

–  Non saprei: meno di un metro. Più o meno.

–  Va bene lo stesso: ci butti dentro la teiera e ricopra tutto. Veloce.

–  Sto facendo.

–  Bene. Ora ha meno di 45 secondi per farmi capire come ritrovare la teiera.

–  Mentre la signorina parlava stavo pensando una cosa: ho qui il mio telefonino, potrei darle le coordinate GPS.

–  La qual cosa sarebbe parecchio utile, se solo io sapessi che cos’è un GPS.

–  In pratica è un sistema che ci permette di sapere dove ci troviamo esattamente in un preciso momento iterrogando alcuni satelliti in orbita attorno al pianeta. Ogni posto sulla Terra è riconducibile a due coordinate: longitune e latitudine.

–  La fermo: non mi serve a niente conoscere i termini. Ho bisogno di sapere come fanno quei satelliti a sapere dove siete. Avete tracciato delle linee?

–  Esatto, delle linee immaginarie: i paralleli sono quelle orizzontali e i meridiani quelle verticali.

–  Ancora nomi: mi serve sapere quanti sono e da dove partono.

–  Questo è facile: i meridiani sono 180; partono dal polo nord e finiscono al polo sud.

–  Questi poli sarebbero i due grossi cubetti di ghiaccio immersi nell’acqua che si trovano da una parte e dell’altra del pianeta?

–  Bravo. I paralleli, invece, sono sempre 180, ma partono da Greenwich.

–  Che cos’è Greenwich?

–  Una graziosa cittadina dell’Inghilterra del sud.

–  Si ricorda la cosa di prima? Niente più città, cartellone, cabina, deserto, eccetera eccetera?

–  Allora ho paura che questo possa rappresentare un problema.

–  Lo è di certo. Mi dia intanto le coordinate: manca pochissimo!

–  Un attimo.

–  Per fare che cosa?

–  Il GPS non vede abbastanza satelliti per stabilire una posizione.

–  Credo però che i 45 secondi siano finiti.

–  Aspetti! Sono apparse! Ce le ho! Latitudine 51 gradi, 30 minuti e 40.61 secondi nord. Longitudine 0 gradi, 12 minuti e 19.43 secondi ovest. Le ha segnate?

– 

–  Pronto?

– 

–  E’ ancora lì?

– 

–  Pronto?

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

–  Pronto?

– 

–  La prego, risponda!

– 

–  E’ riuscito a prendere nota delle coordinate?

– 

–  Mi dica di sì, per favore… Pronto?

–  Sa che questa è la più brutta teiera che abbia mai visto?

–  L’ha trovata! Non ci credo! L’ha trovata!

–  Se non sapessi già che è l’unica rimasta, direi che è la più brutta teiera sulla faccia della Terra.

–  Perché è stato zitto tutto questo tempo? Lei non ha nemmeno idea di quanto fossi preoccupato.

–  Ci abbiamo messo un po’, considerando che oltre al suo cattivo gusto in fatto di teiere, la sua informazione su quel quartiere di Londra da cui partirebbero tutti i meridiani era totalmente inutile.

–  Greenwich?

–  Quale specie senziente calibra l’intero sistema di mappatura geografica del proprio pianeta partendo dal parco pubblico di un quartiere di periferia di una delle proprie città più grosse?

–  E’ perché il Royal Greenwich Observatory si trova lì dalla fine del milleseicento: l’abbiamo preso come punto di riferimento, e gli altri ci hanno seguito.

–  Vediamo se ho capito: non siete riusciti a mettervi d’accordo su un’unica entità soprannaturale che governi il vostro pianeta, ma che lo zero passi quasi sopra casa sua sì?

–  Come avete fatto a trovare Greenwich?

–  Non l’abbiamo trovata.

–  E come siete riusciti a raggiungere la teiera?

–  Lei mi aveva accennato a un sistema di posizionamento tramite satelliti…

–  Il GPS.

–  Quello. Ne abbiamo catturato uno.

–  Avete catturato che cosa?

–  Un satellite.

–  Forse intende dire che vi siete impossessati di un satellite.

–  No, proprio catturato. Anzi, a dire la verità ne avevamo fatti prigionieri due, ma con il primo ci è andata male.

–  In che senso?

–  Non c’è stato modo di estrapolargli alcuna informazione oltre al nome e alla matricola.

–  Forse perché i satelliti non parlano?

–  Parlano eccome, se uno ci sa fare. Ma quello era un satellite militare.

–  Non fa una piega.

–  Il secondo, invece, pareva parecchio depresso, e si è arreso senza fare resistenza.

–  Depresso?

–  Più o meno: ci ha implorati di chiedergli un’informazione.

–  E vi ha detto dove si trova Greenwich?

–  No: gli abbiamo dato le coordinate e ci ha portati proprio sopra casa sua.

–  Bene.

–  …ma solo dopo averci raccontato la sua triste storia.

–  E cioè?

–  E cioè che quando ve ne siete andati l’avete lasciato lì da solo: sostiene che più o meno da una ventina d’anni nessuno gli chiede come arrivare da un posto a un altro. E’ piuttosto arrabbiato.

–  Il satellite?

–  Ancora trema. E devo aggiungere una cosa…

–  Dica.

–  Uno può anche decidere di partire e non tornare mai più, ma non si lascia tutta quella spazzatura in orbita attorno a quello che una volta era il proprio pianeta!

–  Cosa avete trovato?

–  Praticamente, dal momento che la Terra non ne aveva, gli avete costruito attorno degli anelli artificiali di immondizia.

–  Questo mi sembra esagerato, ora…

–  Non esagero affatto. Sa quanti oggetti orbitanti di fattura indiscutibilmente umana abbiamo contato?

–  No, non riesco a immaginarlo…

–  Quasi 35.000. Di questi, solo il 35% era ancora più o meno in funzione: gli altri 22.689 erano in evidente stato di abbandono. E stiamo parlando solo di quelli grossi. Era una scena raccapricciante.

–  Addirittura.

–  Le dico solo che per trovarli è stato sufficiente seguire una straziante cantilena di sospiri e piagnucolii.

–  Vi siete imbattuti in una formazione di satelliti depressi?

–  Lei cosa farebbe se la accompagnassero nello spazio, aprissero il portabagagli e la scaricassero lì, da solo, per anni, senza batterie di riserva, e poi scappassero via?

–  Non bene, in effetti. Ma questo perché sono un umano e provo dei sentimenti: i satelliti, invece, sono macchine, macchine fatte di pezzi di ferro e, soprattutto – si prepari alla rivelazione – non sono senzienti. Ed è proprio questo il motivo per cui non possono piangere, sospirare, bofonchiare, restarci male, sentirsi soli e, in cima a tutte queste cose, parlare.

–  Senta, è qui al mio fianco: ci abbiamo fatto amicizia, ci ha detto come si chiama, e le posso assicurare che è in uno stato pietoso. Fortunatamente non può sentire le sue cattiverie.

–  E come dice di chiamarsi?

–  Tom.

–  E di cognome?

–  Tom.

–  Tom e basta?

–  No, Tom due volte.

–  Se gli passa un secondo la cornetta provo a parlargli io e le dimostro che un satellite è solo una macchina incapace di capire quello che ci stiamo dicendo io e lei.

–  Credo abbia qualche problema strutturale a reggerla.

–  Gliela avvicini all’orecchio. O almeno a quello che a lei sembra un orecchio.

–  Ecco, questo… Questo sembra un orecchio. Ci provo.

–  Ditemi quando avete fatto.

–  Vada. Ma mi raccomando: tenga conto della situazione e usi un po’ di tatto.

–  Ciao Tom!

–  Buongiorno…

–  E’ un piacere fare la tua conoscenza.

–  …la temperatura è stabile attorno ai 15 gradi. Traffico inesistente su tutta la rete stradale e autostradale. Inserire il percorso preferito.

–  Tom, io volevo solo farti qualche domanda, tutto qui. Mi spiace che i miei copianetari ti abbiano abbandonato lassù.

–  Punto di arrivo definito: lassù. Ora, definire punto e orario della partenza.

–  Tom, non ce l’ho un punto di partenza: ti sto parlando da 44 anni nel passato, e non devo andare da nessuna parte.

Cancello il punto di arrivo precedentemente scelto?

–  Non lo so, Tom. Sì, cancellalo. Io volevo solo dirti…

Ora proseguire diritto. Poi, al secondo incrocio, a destra.

–  Tom, non c’è nessun incrocio e non devo andare a destra…

–  Cancellazione svolta a destra: programmazione itinerario alternativo. Evitare i caselli?

–  Esattamente come immaginavo: sei programmato a ripetere una trentina di frasi di cui nemmeno capisci il significato. Perché che non lo capisci quello che ti sto dicendo, vero Tom?

–  Se possibile, effettuare un’inversione a “U”.

–  Appunto. Senti, Tom, ripasseresti la cornetta del telefono al signore che c’era lì prima?

–  Signore, credo che voglia parlare di nuovo con lei. Io ci ho provato, ma sembra proprio che, per quanto io mi possa sforzare, il mio interlocutore non riesca a superare un preconcetto che fonda le proprie radici su una tradizione di presunzione e inguistificato senso di superiorità.

–  Chi ha parlato?

–  Era Tom, ovviamente, perché?

–  Quello col tono da professorino tedesco che parlava di presunzione, preconcetti, eccetera eccetera?

–  Le dico che era lui. Qual è il problema?

–  A me ha dato solo indicazioni stradali.

–  Lo vede che non ci è portato a instaurare rapporti con altri esseri viventi?

–  Le ripeto che un satellite non – è – un – essere – vivente.

–  Sa che cosa sta facendo in questo momento?

–  No.

–  Si sta strusciando contro la mia gamba e sta… Ha presente quella cosa che mi ha raccontato prima, quella che alcuni animali del vostro pianeta fanno quando sono felici?

–  Fa le fusa?

–  No.

–  Scodinzola?

–  Ecco, quello.

–  Facciamo così: siccome so che non crederei alla scena che mi sta descrivendo nemmeno se la vedessi con i miei occhi, mi dice invece come siete riusciti a trovare le monete e la teiera in così poco tempo?

–  In che senso?

–  Nel senso che l’ultima cosa che ricordo di averle detto sono state le coordinate: lei è stato in silenzio qualche secondo, poi è tornato e la telefonata è continuata normalmente. E’ riuscito a inserire la nuova moneta?

–  Mi sembra ovvio che sì.

–  Lei però mi sta raccontando che nel lasso di tempo che ha trascorso in silenzio siete riusciti, nell’ordine: a trascrivere le coordinate; rapire un satellite e minacciarne un altro; ascoltare la straziante storia della vita di uno dei due; localizzare Londra; arrivare a Ladbroke Grove; scavare; trovare la teiera; constatarne la bruttezza; tornare alla cabina telefonica e inserire le monete. Mi spiega come avete fatto senza dover tornare indietro nel tempo?

–  Non siamo tornati indietro, l’abbiamo fermato. Non le avevo detto che fermarlo è permesso?

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

–  Mi sta dicendo che morirò?

–  No, in realtà io non avevo alcuna intenzione di dirglielo. E’ stato lei che lo ha capito.

–  E succederà… oggi?

–  Senza ombra di dubbio.

–  Che cos’è che la rende così sicuro?

–  “Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)” non ha mai sbagliato.

–  Su niente?

–  Su niente.

–  Un piccolo errore, magari…

–  No. Posso limitarmi a riportare che un anno è uscito con una copertina di una tonalità di viola davvero raccapricciante, ma non direi che lo si possa considerare un errore.

–  Lei, comunque, dica quello che vuole: io non morirò oggi.

–  Mi sembra un’affermazione azzardata.

–  Io so che non morirò oggi: mi sento benissimo.

–  Questo non vuol dire: anche escludendo la salute, esistono decine di migliaia di altri modi di morire.

–  Bene, allora mettiamola così: io, oggi, mi rifiuto di morire, in qualsiasi modo.

–  Non sente puzza di gas?

–  A dire la verità sì, come fa a saperlo?

–  Tipico. Le consiglio di andare a chiudere i rubinetti del gas.

–  Ma io non li ho lasciati aperti.

–  Controlli.

–  Sono aperti.

–  Come le dicevo poco fa, “Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)” non sbaglia mai.

–  Io non so cucinare, non mangio mai a casa e ho uno scaldabagno elettrico: sono sicuro di non avere usato il gas.

–  Mi creda: c’è un motivo se “Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)” non sbaglia mai.

–  Tutti possono sbagliare.

–  Non se i redattori che lo compilano sono talmente permalosi da controllare minuziosamente che ciò che hanno scritto risponda a verità.

–  E che differenza ci sarebbe con un qualsiasi altro giornalista dell’universo?

–  La differenza sta nel fatto che loro fanno in modo che si avveri.

–  Mi sta per caso dicendo che hanno intenzione di uccidermi?

–  Non sia esagerato: stanno solo facendo in modo che si verifichino le condizioni per cui lei possa, accidentalmente, morire.

–  Ma io non ho sentito entrare in casa nessuno.

–  Mi sembra logico: sono piuttosto bravi nel loro mestiere.

–  Di chi stiamo parlando?

–  Dei puliziotti, ovviamente.

–  E sarebbero?

–  Poliziotti che puliscono: arrivano, si occupano del lavoro sporco e se ne vanno senza lasciare alcuna traccia.

–  In pratica, se ho capito bene, il lavoro sporco sarei io, e questi tizi sono dei killer.

–  Non credo amino essere chiamati così ma, del resto, non credo che nessuno abbia mai avuto il tempo di chiamarli così. Un proverbio delle mie parti dice: “La prima cosa che vedi è un succhiotto, l’ultima un puliziotto”.

–  E fa rima anche nella sua lingua?

–  No: mi sono permesso di adattarla alla sua, mantenendo la consonanza.

–  C’è un motivo, secondo lei, per cui nel bel mezzo del corridoio che porta al bagno c’è una saponetta per terra?

–  Direi che il motivo è quello che le ho appena spiegato.

–  E spiega anche perché la saponetta è dello stesso colore del pavimento e perfettamente mimetizzata, immagino.

–  Esatto.

–  Quindi anche quei fili elettrici scoperti che toccano il tappeto del soggiorno, dice che prima non c’erano?

–  Suppongo di no.

–  Bene: credo che uscirò da questa casa.

–  Glielo sconsiglio caldamente. A meno, certo, che non desideri essere investito da un autobus mentre attraversa regolarmente sulle strisce pedonali; o colpito da un vaso accidentalmente caduto da un balcone; centrato da un proiettile vagante proveniente da una rapina in corso due isolati più avanti; punto sulla giugulare da un calabrone; spiaccicato da un meteorite; dilaniato da…

–  Ho capito.

–  Detto in tutta franchezza: lei sta solo posticipando un evento certo. Se sopravvivesse a questa giornata lei sarebbe il primo essere vivente di questa galassia ad avere avuto la meglio contro “Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)”.

–  E’ assolutamente necessario che ripeta il nome per intero, ogni volta?

–  Certo. La casa editrice è molto rigida su questo aspetto e lei, a questo punto, capirà anche il motivo per cui nessuno ha questa grande voglia di contestarla.

–  Può rimanere in attesa un attimo?

–  Sicuro.

–  …

– 

–  Ecco… rieccomi. Grazie.

–  Qualche problema?

–  Se per “qualche problema” intende un lampadario sufficientemente pesante che rovina a terra senza alcun motivo poco dopo che si sono passato sotto, beh, in quel caso, sì, direi che ho “qualche problema”.

–  Stanno rispolverando tutti i classici.

–  Lei sa quali saranno le prossime mosse?

–  Le hanno già sostituito l’acqua con l’acido fluoridrico?

–  Come faccio a saperlo senza assaggiarla?

–  L’acido fluoridrico è una delle poche sostanze in grado di intaccare il vetro. Controlli le bottiglie nel frigorifero: si sono fatte opache?

–  Direi di sì: stanno diventando bianche.

–  Significa che stanno per sciogliersi. Le consiglio di portarle in un luogo all’aperto, possibilmente senza respirare, nel frattempo.

–  Sul balcone va bene?

–  Può andare.

–  Fatto. Immagino che dovrò iniziare a bere solo acqua di rubinetto.

–  Potrebbe, certo… sempre che non abbiano contaminato con il Polonio l’impianto idrico.

–  Dice che l’hanno fatto?

–  Lo darei quasi per scontato. Non faccia scorrere l’acqua: il Polonio è un composto radioattivo tossicissimo. Ne bastano tre nanogrammi per uccidere un terrestre. E di solito ci vanno con la mano pesante… Cos’era quel rumore?

–  Sono le bottiglie sul balcone che si sono liquefatte in una nuvola di fumo.

–  Tra qualche minuto potrà dire addio anche al balcone.

–  Quante possibilità ci sono non dico che io resti vivo, ma che non facciano esplodere tutto il quartiere nel tentativo di farmi fuori?

–  Diciamo che i puliziotti sono persone molto risolute che non si accontentano del pareggio.

–  Mi perdoni se glielo faccio notare, però lei mi sembra piuttosto tranquillo per essere uno che fino a qualche minuto fa sosteneva io rappresentassi l’unica speranza di sopravvivenza per la sua specie.

–  E’ che nel frattempo ho avuto modo di pensare.

–  A cosa?

–  Ricorda quando le ho detto che “Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)” non sbaglia mai?

–  Credo l’abbia ripetuto una decina di volte, ormai.

–  Ebbene, avrei dovuto tenerlo a mente quando ho dedotto che, siccome mi aveva risposto lei, al numero giusto, ma nell’anno sbagliato, doveva esserci stato un errore o un contatto.

–  Invece?

–  Invece no. La TimeCallTM con opzione Genesi ha questa particolarità: rintraccia il proprietario della linea nel giorno della sua attivazione.

–  Quindi?

–  L’anno era quello giusto. Anche il giorno era quello giusto: molto semplicemente lei oggi morirà, e la compagnia telefonica riassegnerà la linea a quelli che avrebbero dovuto essere i destinatari di questa telefonata, ovvero il servizio informazioni della società che ci ha regolarmente venduto la Terra.

–  Detesto doverlo chiedere, perché ho come l’impressione che per me la situazione si stia mettendo male, ma tutto questo che cosa significa?

–  Che per vari motivi, tra cui il fatto che non è bene indispettire gli editori del “Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)” e, non ultimo, la sopravvivenza della mia specie, è imprescindibile – oserei dire essenziale – che lei muoia, oggi.

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

Sono davvero spiacente, ma devo avvertirla che sto per riagganciare.

– Un attimo, parliamo…

Lo stiamo facendo da qualche ora, ormai.

– E a me lo dice? Lei però aveva detto che la vostra specie si contraddistingue per un’infinita pazienza.

Indubbiamente. Mi sembra di averlo anche dimostrato.

– …E anche che le persone che sono lì con lei non hanno poi tutta questa fretta.

No, in effetti… Anche se devo dire che nel corso delle ultime tre ore gli sguardi di qualcuno si sono fatti interrogativi.

– Sì?

Diciamo che vedo sorrisi un po’ meno convinti. Uno, in particolare, nella fila 467.979, ha iniziato a battere il ritmo per terra con il piede. E’ incredibilmente fastidioso.

– Posso immaginare.

E’ uno dei motivi per cui a questo punto io, ringraziandola per il tempo che mi ha dedicato, la saluterei. Peraltro, la sento anche in affanno…

– Me la sto battendo con una tarantola che si è inspiegabilmente introdotta in casa mia, e non trovo l’insetticida.

Questo però non spiega l’affanno.

– E’ che non è facile cercarlo mentre un boa di tre metri e mezzo cerca di stritolarti la gamba.

Come può constatare, i puliziotti sono alquanto perseveranti. Il che, considerando che le resta – a dire tanto – qualche minuto di vita, mi porta a ritenere piuttosto inutile proseguire questa pur piacevole conversazione.

– Io non ho intenzione di cedere.

Si risparmierebbe un sacco di fatica.

– Non sono assolutamente pronto per morire.

No?

– No. Chi lo è?

A giudicare da quello che mi ha raccontato, tutti quelli che credono nell’esistenza di un posto migliore in cui andare dovrebbero attendere la morte con impazienza.

– Beh, io non ci credo. E nemmeno loro sembrano poi così felici all’idea di dover morire.

Lei, peraltro, non ha nemmeno una moglie, dei figli, qualcuno che si disperi per la sua sparizione.

– Beh, magari qualcuno al Ladbroke Arms sarebbe almeno un po’ dispiaciuto.

Qualcuno dove?

– Al Ladbroke Arms, il mio pub. Ci vado a mangiare ogni giorno, a pranzo e a cena.

E’ il posto del branzino di cui mi raccontava poco fa?

– Esatto.

Posto nel quale, se ricordo bene, lei non riesce a fare altro che balbettare quando la cameriera le rivolge la parola.

– Che c’entra? Quello è perché sono innamorato.

Ah.

– Perché fa “Ah”?

Perché è una parola che sentiamo spesso, ma non riusciamo a capirne il significato.

“Non riusciamo” chi?

Tutta la mia specie: per anni i nostri scienziati più capaci hanno cercato di studiarla e di comprenderne il senso, senza alcuna fortuna.

– Voi non vi innamorate?

Immagino che potremmo farlo, se solo sapessimo che cosa vuol dire.

– Certo, io potrei spiegarle che cosa significa, ma lei ha detto che era costretto a riagganciare…

Beh, credo che cinque minuti in più non facciano la differenza. Sempre che lei resti vivo nel frattempo, s’intende.

– Guardi, mentre continuavamo a parlare ho contato almeno altri sei diversi attentati alla mia vita, anche se devo dire che le tagliole sul letto erano in fondo facili da scoprire, così come, tutto sommato, gli scorpioni nelle scarpe. Il colpo di balestra proveniente dall’esterno, invece, quello mi ha abbastanza sorpreso.

L’hanno colpita?

– No, ma il grosso cinghiale selvaggio che era sull’ingresso e che stava per prendere la rincorsa nella mia direzione non sembra stare benissimo: è qui, cappottato sul fianco, e sanguina sul tappeto del soggiorno. Cosa che peraltro, se non fosse bastata la freccia, l’ha fulminato all’istante.

Hanno introdotto un cinghiale in casa? Non è da loro utilizzare animali di grossa taglia.

– Non vorrà per caso sostenere che questo cinghiale passava per caso di qui, e la sfortuna ha voluto che scegliesse di entrare nella casa di uno che stanno tentando di ammazzare?

La sua specie mi sembra poco incline a considerare le coincidenze per quello che sono, ovvero semplici coincidenze. Sembra quasi che sentiate il bisogno di una spiegazione trascendentale per qualcosa che, magari, è semplicemente un po’ strano: che sarà mai un cinghiale che si introduce dentro una casa?

– E lo fa salendo le scale fino al terzo piano e forzando la serratura?

Lei è sicuro che non avesse già le chiavi?

– Le chiavi? Il cinghiale?

Perché lo chiede come se fosse una cosa bizzarra?

– Perché non è bizzarra: è semplicemente impossibile.

Questo perché lei non ha nemmeno idea di quanti animali girino per l’Universo portandosi dietro le chiavi di casa. I cani, ad esempio, come farebbero a rientrare dopo essere usciti per fare pipì?

– Per l’appunto: rincasano assieme al padrone.

Le ho già detto, vero, che questa vostra cosa di un essere vivente che si considera proprietario di un altro essere vivente mi sembra un’aberrazione?

– Credo di sì, ma sbaglia: è che i cani – così come tutti gli altri animali – certe cose non le sanno fare da soli. Aprire le serrature con le chiavi è una di queste.

Ne siete così convinti perché avete provato?

– A fare cosa?

A dargli fiducia.

– Come?

Gli avete mai consegnato le chiavi di casa per vedere se sono in grado di uscire e rientrare in piena autonomia? Lei ritiene che un qualsiasi essere vivente possa gradire il fatto che lo si osservi mentre – nel migliore dei casi – fa la pipì?

– No, non credo. Ma probabilmente se non li accompagnassimo si perderebbero.

Cosa le fa pensare che non si possano perdere anche se uscite assieme a loro?

– E’ il motivo per cui li teniamo al guinzaglio.

Che cos’è un guinzaglio?

– E’ una specie di corda che gli leghiamo al collo per fare in modo che non scappino.

Aspetti un momento…

– Ecco… ora non mi fraintenda…

Lei sa che anche nella vostra lingua esiste una parola precisa per definire quella particolare situazione nella quale si trattiene un essere vivente contro la sua volontà?

– No, è che detta così magari sembra peggio di quello che è, ma…

Si chiama “rapimento”.

– Le assicuro che è una cosa abbastanza comune per gli animali domestici: ad alcuni mettiamo il guinzaglio, altri li chiudiamo dentro le gabbie, altri ancora hanno una cassettina per i bisogni direttamente in casa.

E che cosa distingue gli animali domestici da quelli che non lo sono?

– Il fatto che abbiano scelto di abitare assieme a noi nelle nostre case, ovviamente.

Se sono stati loro a sceglierlo, perché siete costretti a legarli o a metterli dietro le sbarre in modo che non possano scappare?

– Se posso permettermi: lei sta, come sempre, portando all’eccesso una situazione…

No, un attimo, mi faccia finire: mi fa qualche esempio di animale domestico?

– Mah, tra i più comuni direi cani, gatti, uccellini.

Tigri?

– No, tigri direi proprio di no.

Coccodrilli?

– Nemmeno, no.

Elefanti?

– Troppo grossi.

Accipipteri?

– Quelli non li abbiamo.

Sarchiaponi? Minolli?

– Idem: mai visti.

Serpenti? Tarantole? Squali? Aquile?

– Pericolosi, direi.

Zanzare? Pidocchi? Acari?

– Fastidiosi, no?

Allora, riassumiamo, vuole?

– No, non so se davvero lo voglio, ma credo sia inevitabile.

Un animale è da voi considerato “domestico” solo nel caso in cui non sia pericoloso; brutto; parassita; troppo ingombrante per poter essere sopraffatto; troppo piccolo per poter essere controllato; più forte di voi e, in ultima istanza, in grado di ribellarsi e/o uccidervi.

– Mi sembra logico.

Cosa, in particolare, le sembra logico? Prendersela con i più deboli?

– Le ripeto che si tratta di animali ormai abituati alla convivenza con noi umani.

Bene: le dico una cosa che non le piacerà.

– Non è una novità.

C’è stato un momento in cui ho provato pietà per lei, per la sua specie, e per il pianeta che ci avete venduto. Non conoscevo nulla di voi se non la vostra lingua; ero totalmente a digiuno delle vostre usanze e delle vostre tradizioni, così come ignoravo quale fosse il vostro modo di pensare. Ora che queste cose le so, le devo confessare che – pur permanendo una certa curiosità su quella faccenda dell’innamoramento – provo perfino un certo piacere al solo pensare che tra qualche secondo riaggancerò il telefono condannando all’estinzione lei e i suoi copianetari.

– Afpetti!

Che cosa?

– Io non lo farei se foffi in lei.

Non capisco quel che mi sta dicendo. Sta usando una lingua o parole che il parrucchetto non mi ha insufflato.

– Ho meffo il piede fu un raftrello che è mifteriofamente apparfo nel foggiorno, e l’afta mi ha colpito in faccia.

Ho capito solo che qualcosa l’ha colpita sulla faccia.

– Efatto. Fto fanguinando dal labbro fuperiore.

– Pronto?

– Pronto?

Mi scusi se intervengo…

– Chi è?

Non si preoccupi se sente una voce diversa: sono un compagno della persona che le stava parlando. Uno dei tremiliardi centosessantottomilioni quattrocentoundicimila settecentoventinove qui fuori dalla cabina telefonica.

– Falve.

Volevo solo avvertirla che il suo interlocutore è svenuto.

– Ah.

Sì, ma sembra si stia riprendendo rapidamente, non si preoccupi.

– Fono contento.

Anche io ho ricevuto il beneficio dell’attacco di un parrucchetto, quindi comprendo il vostro linguaggio.

– Bene.

Volevo cogliere l’occasione per ringraziarla tanto, tanto, ma proprio tanto, per l’opportunità di salvezza che sta concedendo alla nostra specie.

– Fi figuri.

Mi perdoni, non capisco.

– E’ perché fto perdendo fangue dal labbro fuperiore.

– Pronto?

– Di nuovo? Pronto?

– Offantamiferia.

Rieccomi, sono di nuovo io. Ho avuto un mancamento, come del resto anche il mio amico qui, pare.

– Avevo immaginato. Mi saluti il fuo amico, quando fi riprende: ci ho fcambiato folo due parole, ma mi ftava fimpatico.

Le avevo chiesto se, per cortesia, poteva evitare la cosa del sangue…

– Ha ragione. Mi fcufi.

Faccio fatica a capirla, però.

– E’ colpa del dolore. Vedrò di evitare di pronunciare parole con la effe.

No, le parole con la effe mi sembrano a posto. Piuttosto, a giudicare da quel che sento, mi sembra abbia qualche problema a pronunciare quelle con la esse.

– Appunto, la effe.

No: quelle con la esse, non con la effe.

– Non ftiamo andando da neffuna parte, lo fa?

Aveva un’ultima cosa da dirmi, prima che io riagganci?

– Proprio così: volevo avvertirla che negli ultimi minuti ci ho penfat… ci ho riflettuto, e non le conviene farlo.

Non mi conviene fare cosa?

– Terminare la telefonata.

Ah no? E perché mai?

– Lei mi ha detto che l’unico tipo di viaggio nel tempo cofentit… permeff… che l’unico viaggio nel tempo approvato è quello a velocità 1x nel futuro, vero?

Esatto.

– Poi, che cambiare un piccolo particolare del prefente… delle cofe che ftanno fuccedendo… Fenta, non ce la faccio, ci sono effe dappertutto: deve fforzarfi di capirmi.

Ci provo. Continui.

– Dicevo: che cambiare qualcofa nel prefente fignifica cambiarlo anche nel futuro.

Vero anche questo. E’ il motivo per cui non è solo vivamente sconsigliato, ma assolutamente vietato farlo: implicherebbe un cambiamento della storia così come la conosciamo. Anche un piccolo, insignificante particolare potrebbe influire sul destino di tutto l’Universo.

– E infine mi ha detto che quando ha compofto il mio numero aveva folo una moneta, giufto?

Sì. Non capisco però dove vuole arrivare.

– Allora avevo ragione: non le conviene riagganciare. Ora le fpiego.

Veloce, per cortesia, che c’è un’estinzione ad attenderla.

– Io fto fcendendo le fcale.

Me ne compiaccio, ma non capisco come questo possa in qualche modo essere di un qualsivoglia interesse per la mia specie.

– Non fi preoccupi, che ci arrivo: fto per riprendere in mano la vanga per diffeppellire la teiera.

No, aspetti… Non può!

– Fto già fcavando.

Cosa vuole fare?

– Quando la feppellirò di nuovo, toglierò le monete che ci ho messo dentro, e quefto, fe non mi fbaglio, fignifica che a lei, nel futuro, mancheranno non folo quella che ha ufato per continuare quefta telefonata, ma anche quella che le fervirà per fare la proffima, quella giufta.

Si fermi, la prego, si fermi! Cosa vuole da me?

– Che non riagganci e trovi un modo per falvarmi, altrimenti moriremo tutti, io, lei e tutta la fua fpecie.

Significa che mi sta ricattando?

– Fì.

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

Non è una bella cosa quella che sta facendo, lo sa?

– Certo. In compenfo anche la voftra idea di terminare la telefonata e lafciarmi qui a eftinguermi non era male, non c’è di che.

Lei parte dal presupposto sbagliato, e cioè che io sia in grado di aiutarla, se solo lo volessi. Beh, non posso.

– Pace. Fe ha già in mente come fpiegarlo ai fuoi amici là fuori poffiamo riagganciare anche fubito. O facciamo al mio tre?

Aspetti!

– Le è venuta impovvifamente in mente una foluzione?

No, e non credo ce ne sia una, ma è diventato il secondo dei miei problemi.

– Ne ha uno più grosso?

Sì: capire quello che mi sta dicendo. Può farmi un favore?

– Se poffo, certo.

Se i puliziotti non l’hanno ancora contaminato, si metterebbe del ghiaccio su quel labbro? E’ la prima volta che mi ricattano in una lingua che nemmeno sapevo di avere imparato e ci tengo a capire bene i dettagli.

– Afpetti che cerco.

Se il ghiaccio fa fumo non lo tocchi. E nemmeno se emette una luce intermittente.

– Chi l’avrebbe mai det… No, dai, però! Quefto non è effere feri!

Che è successo?

– Mi hanno figillato il freezer.

Certo: è la procedura standard.

– Che vogliono fare? Farmi morire per carenza di baftoncini di merluzzo impanati?

Le ricordo che la temperatura media su Giove è di meno 150 gradi: il freezer è molto spesso l’unica fonte di calore presente nelle case.

– Quindi i puliziotti fono Gioviali?

Non è detto. Diciamo che al reclutamento per esercitare il mestiere di puliziotto la simpatia non è un requisito essenziale, e in questo senso i Gioviali si prestano particolarmente bene a ricoprire il ruolo. Sento un sibilo, è ancora lì?

– Fì, mi fto fpruzzando sul labbro l’unica cosa gelata che ho trovato in cafa.

E cioè?

– L’intera bomboletta di aria compreffa per pulire la taftiera del computer.

Ah.

– Che c’è che non va?

Niente, niente.

– Non ha capito qualcofa? Non fa che cof’è l’aria compreffa?

Certo che lo so che cos’è l’aria compressa.

– La bomboletta fpray?

No.

– Allora il computer. Non fa che cof’è un computer?

Lei non si preoccupi: se le fa bene quella cosa lì, continui e faccia come se io avessi capito.

– Davvero non lo sa?

Una esse! Ha pronunciato una esse.

– Sì, ho dovuto rispedire una gengiva nell’era glaciale, ma sembra abbia funzionato.

Provi a dire “spossessare”.

– Fpoffeffare.

– Stavo scherzando.

E io infatti mi stavo divertendo, non era evidente?

– Comunque: il computer è una cosa che è capace di fare cose che noi non sappiamo fare.

Non capisco.

– Che cosa?

Per quello non avete già Dio?

– Dio non è di molto aiuto se uno deve stampare una fattura.

Vi capita così spesso di dover stampare una maledizione?

– Una che…? No, no, una fattura è un foglio sul quale io scrivo che qualcuno mi deve dei soldi perché gli ho venduto qualcosa. Io lo stampo e glielo faccio avere, così lui sa che deve pagarmi.

Non basta dirglielo a voce?

– No, perché da quando io emetto la fattura quello che deve darmi i soldi ha 30, 60 o 90 giorni per farlo. A volte anche 120, dipende. La fattura serve a ricordarglielo.

Non potrebbe farlo subito, così si toglie il pensiero?

– No, non funziona così. Magari la cifra è alta e lui ha bisogno di un po’ di tempo per raccogliere i soldi. Oppure in quel momento non ce li ha ma sa che li avrà al momento della scadenza della fattura.

E a lei non converrebbe dirgli di tornare quando avrà i soldi?

– Facciamo una cosa, vuole?

Mi dica.

– Sul tema denaro ci siamo già messi sotto e non mi sembra che ci siano stati questi gran risultati. Che dice, torniamo a noi?

Per me va bene, anche se non so come accontentarla: se è previsto che lei muoia, in un modo o nell’altro lei morirà.

– La aggiorno su quello che sta avvenendo nel passato: continuando a scavare ho raggiunto la teiera, e mi resta solo da togliere le monete che ci avevo messo dentro.

Potrebbe pentirsene.

– Ora è lei che minaccia me?

No, no, intendevo che potrebbe pentirsene nel vero senso della parola: una volta tolte le monete dalla teiera il corso del tempo sarebbe irrimediabilmente modificato.

– Mi sembra essere esattamente il punto cui ruota attorno tutta la mia minaccia.

Lei però non ha considerato una questione: se lei rimuove le monete, quelle monete non saranno mai state là. Significa che – per il me stesso di adesso e per il se stesso del futuro – tutto ciò che ci siamo detti nel corso di questa telefonata da dopo che ho inserito la seconda moneta non è mai avvenuto.

– Mi sta solo confondendo.

Mi creda: anche nel caso in cui io mi dimostrassi disponibile a pensare ad una scappatoia, lei non potrebbe eventualmente ricordarsi di rimetterle, per il semplice motivo che – nel nuovo corso del tempo che si creerà se non lascerà tutto esattamente com’è – non avrebbe mai pensato di toglierle; non sarebbe mai arrivato a concepire la minaccia, perché la parte di telefonata in cui me l’ha esposta non avrebbe mai avuto luogo.

– Quindi, se ho ben capito, se io apro la teiera e mi riprendo le monete, oltre al fatto che lei non le riceverà mai, succede che le monete mi spariscono dalle mani?

Volgarizzando parecchio il concetto, sì. Lei creerebbe un paradosso spazio-temporale che il corso del tempo sarà costretto a correggere in qualche modo, probabilmente trasferendoci in una dimensione parallela alla nostra, ma nella quale non è intervenuta alcuna anomalia.

– E io sarei l’anomalia?

No, lei ne sarebbe solo la causa. L’anomalia consisterebbe nel fatto che le monete, pur essendo state sepolte, non si troverebbero dentro la teiera.

– No, non ci siamo ancora. Ho bisogno che mi spieghi la questione come se stesse parlando a un bambino deficiente.

Ma se non riesce a capirla già così, mi spiega perché dovrei metterla giù ancora più complicata?

– Lei lo immagina da sé, vero, che se io fossi permaloso la sua specie non avrebbe alcuna speranza?

Se devo essere sincero, confido molto nel fatto che lei stia sottostimando i puliziotti e la loro determinazione a ottenere il risultato per cui sono stati inviati, e cioè che lei muoia nel giro di qualche minuto in un qualsiasi modo tra tutti quelli immaginabili, come è stato deciso che sia. A me costa davvero poco assecondarla per questo breve lasso di tempo, dopodiché sarò libero di riagganciare e di usare le monete che mi rimangono per la prossima chiamata, quella giusta.

– Ha ragione.

Sì?

– Certo che ha ragione.

Sono contento che concordi con me.

– Non è ancora riuscito a spiegarmi quella cosa del paradosso spazio-temporale, ma ho notato che è rimasto fermo sulla sua posizione, e cioè che sono morto sia che io rimanga qui a fare da bersaglio ai puliziotti, sia che decida di riprendermi le monete.

Bravo.

– Per questo ho deciso di riprendermi le monete.

No!

– Lo ha detto lei che non ho nulla da perdere.

Intendevo ovviamente dire che lei, a parità di condizioni, dovrebbe scegliere l’interesse di molti, piuttosto che privilegiare quello di un unico individuo.

– La sua posizione è interessante e, fatte le dovute eccezioni, il discorso torna.

Bene.

– Se non fosse che una di quelle dovute eccezioni si presenta proprio quando l’unico individuo è il sottoscritto. Motivo per cui la prego di portare ai molti i miei saluti…

No, aspetti!

– …e i miei sentimenti di stima, simpatia e, considerando quello che vi aspetta, aggiunga anche di profondo cordoglio.

Parliamone, vuole?

– Per carità, non voglio sottrarle altro tempo: lei ha un’estinzione da affrontare e io me ne sto qui a chiacchierare del più e del meno. Sarei rimasto molto volentieri, glielo dico, se le fosse venuto in mente un modo per sottrarmi al mio destino, ma dal momento che lei stesso sostiene che la situazione è già decisa e non ci posso fare niente, credo sia del tutto inutile proseguire la nostra conversazione. Che era piacevole, eh, non mi fraintenda…

Aspetti un minuto!

– …ma, del resto, un fantomatico editore di un pianeta che nemmeno sapevo fosse abitato ha mandato in stampa un libro su cui è scritto che io debba morire oggi, e chi sono io per mettermi a sindacare opponendo questa fesseria dell’istinto di sopravvivenza?

Lei non capisce…

– Invece capisco benissimo e proprio per questo, prima di estrarre le mie monete dalla teiera, sfrutto gli ultimi istanti che ci rimangono per ringraziarla della chiacchierata e…

Ok, va bene.

– Va bene cosa?

Mi ha costretto a pensarci, e ho rapidamente concluso che, forse, uno o due tentativi affinché lei possa salvarsi si possono fare.

– Ah. Lo vede che a volte, concentrandosi…

Lei però sarebbe il primo essere di questa galassia a mettersi contro Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso): nessuno ha anche solo mai pensato di provarci, quindi non garantisco sulla riuscita.

– Mi dica che cosa devo fare.

Devo fare una premessa…

– No. Lei me lo dice in fretta, se non le dispiace, dal momento che sembra che i puliziotti abbiano simpaticamente iniziato a prendere a bastonate un grosso alveare che si trova in giardino, proprio sotto la mia finestra.

Vuole che glielo dica così, senza nemmeno prepararla un minimo?

– Esatto.

E’ una cosa che probabilmente non le piacerà.

– L’alternativa mi vede impollinato da un milione di api incazzate.

Va bene.

– Mi dica, allora.

E’ semplice: lei dovrebbe sposare mia figlia.

Sedna

– Non credo di avere capito.

La soluzione potrebbe essere sposare mia figlia.

– Lei immagina, vero, che il fatto che io sia praticamente un morto che cammina, abbastanza disperato da essere disposto, pur di salvarsi, a fare qualsiasi cosa gli venga detto, fa sembrare questo suo suggerimento un filo… come dire? Interessato?

Esiste un preciso motivo per cui le consiglio di farlo.

– Non ne dubito.

Ebbene, il pianeta da quale proveniamo si chiama Sedna.

– Mai sentito.

La definizione corretta secondo i vostri canoni, più che “pianeta”, è “oggetto trans-nettuniano”

– Sarebbe a…

So già quello che intende chiedermi: significa, semplicemente, che rispetto a voi, si trova oltre Nettuno. Ed è piuttosto piccolo, motivo per cui: primo, abbiamo deciso di acquistare la Terra e, secondo, viene volgarmente definito “pianeta nano”.

– Anche queste informazioni non aiutano.

Voi terrestri avete scoperto Sedna nel 2003 e, sull’onda dell’euforia del rinvenimento, avete immediatamente proposto che fosse considerato a tutti gli effetti il decimo pianeta del sistema solare.

– La avviso, nel caso in cui non se ne fosse accorto, che la sta prendendo larga.

C’è un motivo.

– Lei ha sempre un motivo, quando un gruppo di fanatici assassini fuori di testa sfoga la propria creatività organizzando la mia morte.

Se mi fa continuare potrà constatare che ho ragione.

– Vada avanti.

Ebbene, non le dico con quale entusiasmo è stata accolta su Sedna la vostra proposta: persone per le strade; scuole chiuse; posti di lavoro deserti; e poi party, concerti, feste su feste, gente che si è licenziata da un giorno all’altro. In quei giorni sono stati gonfiati talmente tanti palloncini che abbiamo rischiato si portassero via il pianeta. Per noi significava l’accesso al sistema economico della più grande e importante comunità di pianeti nelle nostre vicinanze: i nostri figli avrebbero potuto studiare all’estero, oppure noi decidere di andare a lavorare su un pianeta a nostra scelta tra quelli dell’SSC.

SSC?

Sistema Solare Comunitario. Comunque, l’euforia è durata due anni.

– Poi?

Poi l’Unione Astronomica Internazionale è stata chiamata a ratificare la scoperta. Me lo ricordo benissimo: era il 24 agosto del vostro 2006. L’intero pianeta – o quello che sarebbe diventato ufficialmente un pianeta di lì a poco – aveva acceso la cosa che voi chiamate televisione, e che per noi invece è un’onda celebrale che proietta immagini sulle palpebre chiuse, per seguire in diretta queste migliaia di astronomi e scienziati che dovevano aprirci le porte di nuovi mondi.

– Dalla sua enfasi intuisco che qualcosa deve essere andato storto.

Non sto enfatizzando. Lei deve immaginare tre miliardi di persone…

– …e centosessantottomilioni quattrocentoundicimila settecentoventinove.

No, quel giorno eravamo esattamente tre miliardi.

– Ah.

Deve immaginare, le dicevo, tre miliardi di miei copianetari intenti a guardare lo stesso programma in attesa dell’annuncio ufficiale, armati di stelle filanti, trombette, fuochi d’artificio e bottiglie di champagne appositamente importate dalla Francia, in omaggio all’Unione Astronomica Internazionale che ha sede da voi, a Parigi.

– Se le dico che li sto immaginando e il mio cervello sta elaborando un’immagine della scena in alta definizione e in 16:9 lei, in cambio, prosegue?

Non troverebbe la cosa tanto buffa se quel giorno fosse stato assieme a noi a sentire quello che poi abbiamo sentito.

– E cioè?

Cioè che Plutone era retrocesso.

– In che campionato?

Macché campionato: era stato declassato a “pianeta nano” e lasciava il governo della galassia ai “G8”.

– Lei dovrebbe piantarla, sa, di citare sigle quando sa perfettamente che nel giro di due secondi le chiederò che cosa vogliono dire.

I “G8” sono Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano e Nettuno.

– Va bene, ma a voi che ve ne frega di Plutone?

Si dà il caso che Plutone sia circa un terzo più grande di Sedna e meno distante dal Sole, il che lo posiziona appena prima di noi in classifica.

– Perché c’è una classifica, ovviamente.

Naturale. A questo aggiunga che Sedna è titolare di un’orbita considerata “eccentrica” che non è mai stata vista di buon occhio, e in più è molto lento.

– Lento?

Sì. Sedna impiega 11.487 dei vostri anni per compiere un’orbita completa attorno al Sole.

– Mentre la Terra…?

“Mentre la Terra” cosa?

– Quanto ci mette la Terra a fare un giro attorno al Sole?

Me lo sta davvero chiedendo nel senso che non lo sa?

– No, figuriamoci. Glielo sto chiedendo nel senso che lo so, ma mi andava di concedere ai cecchini che mi tengono sotto tiro il tempo sindacalmente necessario per inquadrarmi nel mirino.

La Terra descrive un’intera orbita in un anno, ovviamente. Anzi, a voler essere precisi è l’esatto contrario: il vostro anno di 365 giorni è calcolato in base al tempo che la Terra impiega per compiere un intero giro.

– Ah.

Calcolo che, peraltro, avete effettuato con una certa approssimazione – un tratto distintivo della specie, considerando la sua cultura astronimica -, perché vi siete scordati 6 ore, 13 minuti e 52 secondi l’anno, che siete costretti a recuperare aggiungendo un giorno agli anni bisestili.

– Che vuole che le dica? Sono lussi che uno si può permettere quando si trova in sella a un pianeta undicimila volte più veloce del vostro.

A noi Sedna piaceva così com’era, per quanto lento fosse. E non è che ci fossero poi tutti questi svantaggi nell’essere lenti, se non consideriamo piccole cose. Tipo il fatto che utilizzare espressioni come “la scorsa primavera” significava riferirsi a un periodo di tempo lontano dai tre ai seimila anni, e per qualcuno non è una bella cosa. Gli stilisti, ad esempio, erano stufi di dover aspettare quasi seimila anni la stagione delle sfilate. Abbiamo anche preso in esame l’idea di motorizzarlo, ma i nostri ingegneri hanno concluso che – tra carburante, controllo dell’olio, dei freni e soste all’autogrill – ci sarebbe piuttosto convenuto acquistare un pianeta nuovo di pacca.

– Soste all’autogrill?

Certo. Lei dove porta i suoi copianetari a mangiare un toast e a fare la pipì, quando è a metà strada dal Sole?

– Noi la facciamo sul nostro pianeta, la pipì.

Beh, non è una cosa igienica.

– Forse. Però è comoda. Considerando anche il fatto che non è che potessimo tutti aspettare l’Apollo 11 per andare a pisciare.

A proposito…

– Mi dica.

Lei ha ancora l’accesso al bagno?

– Cosa vorrebbe dire con questo, scusi?

No, chiedo. Perché generalmente è la prima stanza che i puliziotti sigill…

– No!

Ecco. Mi sarebbe sembrato strano il contrario.

– Posso sempre abbattere la porta, però.

Francamente, ne dubito. Di norma serrano la porta rinforzandola con barre d’acciaio Rigeliano e, anche nel caso in cui riuscisse a entrare, dovrebbero già avere versato il cemento a presa rapida nella tazza del water.

– Bene. Sa cosa le dico?

No.

– Basta. Lei ora mette da parte l’astrologia e la geopolitica per quando avrò abbastanza vita da potermene fregare qualcosa, la smette di divagare e mi spiega perché sposare sua figlia dovrebbe mettermi in salvo da questi idioti invasati.

Ci stavo arrivando.

– Sì, con molto comodo.

Se ha seguito quello che le ho raccontato potrà benissimo immaginare che la più grande aspirazione di Sedna sia rimasta quella di entrare a fare parte del Sistema Solare Comunitario.

– La mia, invece, resta quella di capire che cosa c’entri sua figlia.

Beh, si dà il caso che un vecchio trattato risalente alla promulgazione della seconda Costituzione Gioviale stabilisca che a Sedna sia negato il diritto d’accesso al Sistema Solare Comunitario a meno che non si verifichi una particolare condizione.

– Sento che finalmente stiamo arrivando al punto.

Deve sapere che quel requisito ha una sua storia: pare infatti che una contessa Gioviale fosse rimasta…

– No, a parte gli scherzi, lei non può fare così. Glielo sillabo: chis-se-ne-fre-ga della contessa Gioviale, della nobiltà interstellare e degli incantesimi degli unicorni Plutoniani. Sua figlia. Matrimonio. Perché.

Come vuole. La condizione è, ovviamente, che anche solo un abitante di Sedna riesca a contrarre matrimonio – non importa se civile o religioso – con un residente di uno qualsiasi degli otto pianeti maggiori.

– Uhm.

Tutto qui.

– Non mi è chiara una cosa.

Sono qui per assisterla.

– Anzi, due.

Dica.

– La prima è che non vedo dove stia la convenienza per me.

Lei guadagnerebbe la nazionalità Sednese e, in quanto cittadino di un pianeta facente parte del Sistema Solare Comunitario, le sarebbe conferita l’immunità diplomatica.

– Questo significa che tutti gli abitanti dei pianeti maggiori sono al di sopra della legge?

Assolutamente no. La questione è semplice: l’autorità dell’SSC, che comprende anche Giove, scavalca quella del Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso), che è il datore di lavoro dei puliziotti. Il perché lo può capire da solo e ha ovviamente a che fare con il fatto che nel secondo Giove è invece escluso.

– Lei però prima mi ha detto che i puliziotti sono quasi tutti Gioviali.

Ed è vero: questo perché i puliziotti sono mercenari. Il ruolo è talmente antipatico che serve qualcuno odioso quanto un Gioviale per poterlo ricoprire. In più – non se lo scordi – hanno l’innegabile vantaggio di saper leggere il pensiero.

– Ho capito. La seconda è più una curiosità: posto che quello che mi sta dicendo sia vero (e immagino lo sia, perché non la faccio così scemo da rischiare che io tolga per davvero le monete dalla teiera), se è così facile entrare a fare parte del coso… il Collettivo del Sistema Solare…

Sistema Solare Comunitario…

– Quel che è… se è così facile, dicevo, com’è che non ci siete ancora riusciti?

Che sia facile lo dice lei.

– Dov’è il problema?

Il problema siamo noi.

– Che significa?

Vede, la questione è che noi Sednesi siamo… come dire? Brutti. Ma brutti forte.

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

– Va detto che magari non ha risposto, ma la domanda che ha fatto ha un suo perché: dov’è la sposa?

Ah, beh, in questo momento starà facendo una cosa a scelta tra meditare il suicidio; organizzare la fuga; messaggiare le amiche a proposito della sua situazione di adolescente incompresa, costretta dai genitori a un matrimonio di convenienza e uploadare la lista nozze su AlterBrain.

– AlterBrain?

Sì, ora è difficile spiegare così, in due parole di che cosa si tratta: se si accontenta le dico che è una rete militare creata dai Giovali ai tempi della guerra con i Sicumeri. In sostanza permette l’interconnessione delle sinapsi di qualsiasi essere vivente abitante in questa galassia. In qualsiasi momento i nostri cervelli possono collegarsi tra loro e scambiarsi informazioni. In questo modo potevano fare fronte a qualsiasi perdita sul campo di battaglia: una volta che un soldato fosse stato ucciso, i compagni avrebbero condiviso le informazioni che, altrimenti, si sarebbe portato nel vaso.

– Vorrà dire nella tomba.

Le ho già spiegato che i Gioviali non muoiono, ma diventano bellissime piante.

– E sua figlia, come fa a collegarsi a questa rete militare Gioviale?

Col tempo, il Ministero della Difesa Gioviale ha deciso di abbandonare a sé stesso il progetto AlterBrain, principalmente per due motivi. Il primo è che, per come era stata strutturata la rete, non esisteva alcuna barriera di accesso alla condivisione dei cervelli.

– Sarebbe a dire?

Significa che su AlterBrain qualsiasi cervello ha la stessa dignità: quello di un astrofisico ha lo stesso peso di quello dello scemo del pianeta. Il risultato è sconfortante: lei prenda il cervello di uno scienziato e quello di un idiota totale: se unisce le informazioni che trova in ciascuno, che cosa ottiene? Il cervello di un mezzo idiota. Per fare un esempio, se io, in questo preciso momento, collegassi il mio cervello a AlterBrain e chiedessi una cosa semplice come “Qual è la caratteristica saliente del rinomato corso d’acqua che prende il nome di Mugh’baath?”, le risposte che otterrei sarebbero, nell’ordine: “Un attimo”, “Sei per nove”; “Forse”; “Non so / Non risponde”; “Domani”; “Variabile”; “E’ complicato” e “Mio cugino dice di sì”.

– Ποσσιαμο ριπρενδερε χον θυεστο βενεδεττο ματριμονιο?

Un secondo: sto parlando, ok? Dicevamo?

– …Che i Gioviali abbandonarono gradualmente questa rete per due motivi, di cui ha raccontato solo il primo.

Giusto. Il secondo… Beh, il secondo è ovviamente quel gatto malefico.

– Quale gatto malefico?

Contemporaneamente all’abbandono di AlterBrain da parte dei militari Gioviali, la rete di cervelli è stata riscoperta come luogo di svago dai civili e soprattutto dagli adolescenti della Galassia. E’ stato più o meno in quel periodo che si è iniziato a sentire parlare del virus.

– A dire la verità, però, io le avevo chiesto del gatto.

Il virus è il gatto. Da un giorno all’altro, gradualmente, la figura di un odioso gatto bianco ha iniziato a apparire ovunque su AlterBrain, e a monopolizzare le conversazioni. Senza che ce ne potessimo accorgere, la rete sinaptica è stata d’improvviso invasa dalle immagini di quel raccapricciante gatto sorridente. Si dice che io Giovali abbandonarono AlterBrain per questo motivo, anche se i complottisti si ostinano a sostenere che siano stati proprio loro a diffondere per primi le immagini di quell’immondo felino, per rendere totalmente inutilizzabile la rete che stavano abbandonando, e che ormai non era più sotto il loro controllo.

– Non capisco: che fastidio potrà mai dare l’immagine di un gatto?

Lei non ne ha idea. I più giovani sembrano essere le vittime privilegiate dal virus: una volta vista l’immagine di quel turpe gatto non esce più dalla testa. Mi hanno perfino raccontato di adolescenti marchiati con l’effige del gatto. Altri pare indossino già le divise dei “Figli del Felino”, e alcune ragazzine esibiscono monili che riportano il simbolo della setta. Su alcuni pianeti – quelli che credono a un alter-ego maligno di dio, in particolare – il gattaccio personifica il male. Lo chiamano “HALO CHEETEE” o, in altre zone, “ELOW K.T.”. Altri ancora lo conoscono con il nome di “HAIL LOW QUEE-TEE”, ma quel che è certo è che le sembianze attraverso le quali si manifesta sono sempre le medesime: quelle di un tenero gattino, all’apparenza insulso quel tanto che basta da sembrare amorevole, ma che in realtà sta minando la nostra civiltà.

– Questo gatto di cui mi state parlando ha un non so che di familiare.

E’ molto probabile che anche la Terra sia stata colpita dal virus. Non vedo per quale motivo dovrebbe esserne immune.

– Lei è sicuro che si tratti – e se glielo chiedo è perché ne ho il sospetto – di semplice merchandising di un personaggio di fantasia giapponese?

Non ci vedrei nulla di strano.

– In che senso?

E’ noto a tutta la galassia – anche se forse ancora non a voi – che tutti i giapponesi sono Gioviali.

– Sono cosa?

Gioviali. Proprio così. Non le avevo già detto che i Gioviali sono gialli?

– No.

Beh, sono gialli.

– Lo sono anche i cinesi.

Bravo. Infatti sono Gioviali anche loro. Si trovano già lì in previsione dell’imminente invasione.

– Ora da dove viene fuori questa storia dell’invasione?

Su, non mi faccia l’ingenuo adesso: lo sanno anche i sassi di Make-Make che Giove ha da sempre questo pressante desiderio di invadere, conquistare e controllare la Terra. Anzi, a dirla tutta non mi stupirei se scoprissimo che l’abbiamo trovata deserta perché i Gioviali vi hanno deportato in massa su un qualsiasi insulso sasso trans-nettuniano.

– Le do un consiglio: se veramente avete regolarmente acquistato la Terra e avete intenzione di abitarla, il suo è il tipico commento che da queste parti viene considerato scorretto, e neanche tanto vagamente razzista. I cinesi e i giapponesi sono semplicemente due delle migliaia di popolazioni che abitano il nostro pianeta, niente di più.

Questo è quello che vogliono farvi credere, e mi sembra che ci stiano riuscendo, malgrado le prove siano sotto i vostri occhi.

– Se ci sono, io non le vedo.

Questo perché – come specie, proprio – non siete attenti. Eppure tutto torna. Mi dica: hanno la vocetta stridula?

– Ora io non la definirei “stridula”… Magari solo un semitono più alta, ma può anche essere un luogo comu…

Mi conferma dunque che hanno la vocetta stridula, proprio come i Gioviali. E uno. Vado avanti: hanno la tendenza a creare delle piccole città quasi autosufficienti, occupando in maniera incruenta alcuni quartieri delle vostre metropoli?

– Beh, questo sì. Ma solo i cinesi. I giapponesi, ad esempio, no.

Il motivo è che i giapponesi fanno parte di una frangia possibilista che predica la possibile convivenza pacifica tra Terrestri e Gioviali.

– E’ già qualcosa.

Avrei anche io un’inclinazione pacifica se grazie a voi avessi messo le mani su mezza Via Lattea, solo per avere lanciato il Walkman.

– Mezza Via Lattea è Gioviale?

No, tutta la Via Lattea è Gioviale. Hanno rastrellato l’altra metà anni dopo, con la Playstation.

– Ah.

Però la volta del Betamax e quella del MiniDisc avete quasi rischiato l’incidente diplomatico.

– Tutto questo però ancora non dimostra che Cinesi e Giapponesi siano davvero Gioviali, come dice lei.

Non so con quali altri argomenti convincerla, e sì che siamo già alla Fase 2 inoltrata.

– La Fase 2 di che cosa?

Dell’invasione: hanno iniziato a modificare le vostre abitudini alimentari. La Fase 1 prevedeva la diffusione incontrollata di ristoranti cinesi.

– E la 2?

Dei sushi-bar.

– Guardi che siamo stati noi a decidere di cibarci di quelle cose.

Appunto: geniali. Capisce che vi hanno fatto credere fosse una vostra scelta indipendente?

– Va bene, poniamo che sia vero: esistono altri infiltrati Gioviali sulla Terra, di cui dovrei essere a conoscenza?

I dentisti, tutti.


Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

– Ε’ τυττο μολτο ιντερεσσαντε, μα ιο αωρει δα φαρε…

Sì, ho finito, possiamo iniziare.

– Uh, che ha detto? Cosa possiamo iniziare, la cerimonia?

No, non ancora. Lei è piuttosto impaziente, sa?

– Ha ragione. Scemo io che mi faccio condizionare da questa cosa degli assassini in giro per casa.

Su Sedna non si può procedere al matrimonio senza avere prima sottoscritto il modulo IBM.

– Non ho bisogno di un computer nuovo.

Ma di che cosa sta parlando? IBM, è un modulo. Sta per “In Bruttezza e Malattia”. E’ una sorta di contratto prematrimoniale che tutela la sposa.

– Non capisco.

Che cosa, esattamente, non capisce?

– L’elenco sarebbe lungo. Direi di partire con questo: perché ad essere tutelata dovrebbe essere la sposa e non, ad esempio, io?

A parte il fatto che di questa particolare sposa io sono il padre, dice?

– Eh, sì, a parte questo.

E a parte anche l’altro fatto che mia figlia è in procinto di sposare uno sconosciuto che solo qualche minuto fa stavo abbandonando a un destino di morte certa, dice?

– Sì, ecco, più o meno…

Il perché è molto semplice, e ora glielo spiego: avrà ormai capito che uno dei caratteri distintivi che contraddistingue la nostra specie è la bruttezza…

– Sì, ne ho avuto il sentore.

Ebbene, non si tratta di semplice bruttezza. E’ una bruttezza che trascende il concetto stesso di “brutto”. Alla normale bruttezza si fa il callo. Le faccio un esempio: anche a lei sarà capitato di avere un amico o un parente particolarmente brutto. Ebbene, si sarà accorto che con il passare del tempo, degli anni, il suo cervello si assuefaceva alla mostruosità di quell’immagine e pian piano il senso di repulsione veniva meno. E’ la forza dell’abitudine. Bene, la nostra è un tipo di bruttezza a cui non ci si abitua: resta impressa sulla retina, per sempre. Secondo una ricerca dei nostri scienziati, i neuroni più in prossimità dei bulbi oculari di chi ci guarda decidono di farla finita in blocco ogni singola volta che lo sguardo si posa sulla nostra immagine.

– Mi sembra esagerato.

Le basti pensare che, dopo venticinque anni di matrimonio, ancora oggi, prima di tornare a casa dal lavoro, devo assicurarmi di avere con me almeno due sacchetti precauzionali.

– Precauzionali per cosa?

Il primo per l’eventuale conato di vomito alla vista di mia moglie sulla porta che mi dà il bentornato; il secondo per quello abbastanza scontato al momento del bacio sulla fronte a mia figlia.

– E’ terribile.

Sì, proprio difficile da guardare.

– No, dico, la situazione: è terribile.

A dire la verità no. Nei secoli, la nostra specie ha imparato a considerarlo un carattere distintivo che, peraltro, porta non pochi vantaggi.

– Ad esempio?

Per dirne uno: fine della mediocrità. Chiunque di noi è immensamente, incommensurabilmente, irrimediabilmente brutto. Non esistono “tipi anonimi”, o persone che non danno nell’occhio: ciascuno, a modo suo, fa oggettivamente così tanto schifo – e lo fa in una maniera talmente personale – da potersi considerare davvero unico. Frasi tipo: “Vedi quella? Chissà cosa non ha dovuto fare per raggiungere il successo”da noi non hanno alcun senso. Tanto per farle capire: i produttori cinematografici implorano le nostre attrici di mantenere il rapporto esclusivamente sul professionale e, siccome non sempre ci riescono, nei loro uffici hanno eliminato del tutto i divani. Oppure, ancora: tutti i film in programmazione nei cinema di Sedna interpretati da attori indigeni sono classificati come “horror”. Anche le commedie sentimentali. Specialmente quelle. E gli adolescenti si scambiano sottobanco film che non prevedano scene di nudo. Potrei continuare per ore, e lo farei, se servisse a farle capire che non ci si scorda di una faccia, su Sedna.

– A dire la verità a me sembra di avere capito. Quel che invece mi è ancora abbastanza oscuro è in quale modo questo discorso sulla bruttezza si leghi alla cosa dell’accordo prematrimoniale.

Guardi che invece è piuttosto semplice. Mi dica, com’era il nome di quell’attrice aliena che ha citato non più di qualche ora fa?

– Chi, Jessica Alba?

Ecco, lei. Se lei fosse un’orribile ragazza sednese nel fiore degli anni e in procinto di sposarsi con un forestiero che non sarà mai in grado di offrirle una cena senza rimetterne almeno metà, spesso senza nemmeno riuscire a raggiungere la toilette del ristorante; e sapesse che per questo forestiero l’immagine della donna perfetta, quella al di sopra di tutte le altre, quella sulla quale spendere ore e ore di sogni erotici ha la fisionomia di Jessica Alba… Voglio dire: ha presente com’è fatta Jessica Alba?

– Ho presente.

Allora faccia questo esercizio mnemonico: scelga la migliore immagine di Jessica Alba che ricorda.

– In che senso? E poi, come? Così su…

La scelga e la metta in un posto immaginario sulla sinistra del suo campo visivo.

– Va bene, l’ho scelta.

E’ sicuro?

– Sì, è una di quelle apparse su GQ nel 2005, credo nel numero di aprile.

Bravo, ottima scelta. Non male quel numero.

– Ma come…?

Per favore, non mi interrompa, che sono solo a metà spiegazione. Dicevo, lei prenda questa immagine di Jessica Alba fotografata da Mark Seliger…

– No, aspetti… pure il nome del fotografo?

…e la metta a sinis… cosa c’è?

– Come fa lei a sapere queste cose?

Quali cose?

– Cose tipo il nome di Jessica Alba o quello del fotografo del servizio.

Lei crede che a me le donne terrestri (o, nel caso della Jessica, che lavorano sul pianeta Terra) non piacciano?

– Eh, no, in linea teorica non credo dovrebbero. Ma, anche se fosse, non dovrebbe conoscerle, sapere come si chiamano o su quali giornali sono apparse.

E perché no? Pensa che persone come me non abbiano il diritto di abbonarsi a innocui periodici maschili terrestri? O di farseli spedire regolarmente attraverso l’InterTubo?

– Innanzitutto io nemmeno lo so che cos’è questo InterTubo. E comunque, a lei dovrebbero piacere quelle della… della sua…

Lo dica: “della sua razza”. E’ questo che intendeva dire, giusto?

– Sì.

Allora le chiedo io: lei le ha viste quelle della mia razza? Gliele ho descritte, giusto? E quindi perché io dovrei prendermi quelle?

– Beh, perché sono le vostre.

Anche la sua attrice non è terrestre, eppure non mi pare di avere notato alcuno scrupolo, da parte sua.

– No, è solo che pensavo che, tra brutti, la bruttezza in qualche modo, si annullasse. O che si facesse caso a diversi particolari, che per noi sono forse orripilanti ma, magari, ai vostri occhi risultano seducenti.

Allora non ha proprio capito quello che le ho spiegato poco fa! Alla bruttezza sednese non ci si abitua! Una delle più grandi menzogne che si possono dire a una donna sednese è “Cara, io ti vedo bella perché ti guardo con gli occhi dell’amore”. Non è vero. Perfino gli occhi dell’amore vorrebbero rotolare via. Le racconto una cosa: qualche anno fa un amico di penna di mia figlia arrivò su Sedna da Venere in gita con la scuola. Una delle prime cose che volle fare fu incontrare mia figlia. Cercammo di dissuaderlo in tutti i modi, ma evidentemente non abbastanza da fargli abbandonare quell’insano proposito. Così la vide.

– Perché si ferma?

Beh, perché non è una bella cosa da descrivere: i suoi occhi, dopo un attimo di esitazione, cominciarono a roteare in direzioni opposte prima in sincrono, poi del tutto casualmente e infine, come ultimo disperato tentativo di un organo vivente che va in tilt come fosse una macchina, si bloccarono di colpo, uno di fronte all’altro, generando il più inverosimile e raccapricciante tipo di strabismo che sia mai stato analizzato dalle equipe mediche da qui fino alle costellazioni di Andromeda e del Triangolo.

– Poveraccio. Che gli era successo?

La stessa cosa che potrebbe succedere anche a lei: loro fissavano l’immagine di mia figlia…

– Loro chi?

Loro, gli occhi. Come probabilmente saprà, le immagini che il nostro cervello elabora provengono da fonti distinte (e sto sul generico perché non sono poi molte le specie, a parte la mia e la sua, ad essere dotate di un solo paio d’occhi). Ebbene, queste diverse immagini vengono sovrapposte per generarne una di senso compiuto e, se i bulbi oculari sono correttamente posizionati, a 3 o 4 dimensioni. Ciò che quello sfortunato paio di occhi stava trasmettendo ai neuroni erano due immagini i cui rispettivi particolari stridevano al punto da non poter rendere possibile una visuale d’insieme. Il cervello riceveva la prima immagine dall’occhio destro, poi la seconda dall’occhio sinistro, tentava di confrontarle e sovrapporle e non riusciva a trovare un solo punto di contatto tra l’una e l’altra. Poi, esattamente come farebbero una macchina o un robot, ritenne che…

– Chi?

Cosa “chi”?

– Chi… ritenne?

Il cervello, questa volta. Però, coso, Chance, o come si chiama? Non è che può seguire i discorsi utilizzando solo quella parte di cervello che i Gorcleoni selvatici del pianeta Pandortone attivano quando devono spulciarsi a vicenda sotto il sole. Eh!

– Ha ragione. Stupido io che mentre la ascolto mi impunto a lanciare qualche svogliata occhiata ai puliziotti che stanno sigillando con il silicone tutti gli infissi di casa.

Ah, sono già a quel punto?

– Quale punto?

Prima mi faccia finire il discorso.

– Basta che poi si ricordi di dirmelo.

– Beh?

Non mi ricordo più in che punto mi ha fermato. Lei di solito insiste e lì si apre l’ennesima parentesi. Questa volta ha ceduto subito. Mi ha spiazzato.

– Stava parlando del cervello che si era comportato come un robot.

Esatto: ha ritenuto che l’incongruenza delle immagini fosse causata da un malfunzionamento degli occhi, e così ha fatto quel che doveva fare.

– Ovvero?

Li ha messi in posizione di stand-by: uno di fronte all’altro. “Visione laterale ampliata ribaltata”, si chiama. Significa che vedi tutto quello che succede alla tua sinistra con l’occhio destro e tutto quello che sta a destra con il sinistro. Davanti e dietro niente. Servono anni di riabilitazione anche solo per tornare a prendere in mano una matita con la mano giusta. Povero ragazzo: l’ho visto ultimamente e camminava in stile Fosbury. Era parecchio contento di vedermi, e lo sarei stato anche io, se non avesse impiegato 45 minuti per prendere la mira giusta per riuscire a darmi la mano. Poi è andato via tentando di fare un cenno con la testa, ma gli sono usciti una capriola e un pas de bourrée eseguito alla perfezione. Non deve essere affatto facile sembrare strabici perfino su Venere.

– Bene: il fatto che lei abbia concluso una storia mi lascia pensare che potremmo iniziare a chiudere le altre parentesi lasciate aperte.

Mi dica.

– Mi ha lasciato qui con la mia Jessica immaginaria piazzata in un punto immaginario, ma a sinistra, del mio spazio visivo.

Ha ragione. Tenga lì Jessica, sposti lo sguardo verso destra. Cosa vede?

– Senza droghe, dice? Niente.

Bene. In quel punto esatto apparirà l’immagine di mia figlia per come gliela descriverò. E’ pronto?

– Lei quando mi fa queste domande non desidera una vera risposta, giusto?

No, infatti. Iniziamo. Deve immaginare un immondo e informe sacco medico di plastica dal colore raccapricciante, ripieno di residui di liposuzioni. Bucato, in qualche punto. In alto, a simulare i capelli, una fantasia malata di spaghetti scotti al nero di seppia con una grattata di forfora stagionata. Gli occhi. Oh, gli occhi. Se la spassano dondolando fuori dalle orbite, retti solo dai vasi sanguigni che proteggono il nervo ottico. Per guardare un punto preciso deve prenderli entrambi con le mani e orientarli con le dita. Per pulire le ditate, poi, generalmente basta un bello sputo e sfregarli sul colletto. Come naso deve immaginare un’intercapedine da cui fuoriesce a getto continuo muco di varia consistenza e colore, che si rapprende sul seno e va necessariamente scalpellato via con mano ferma prima di coricarsi. Le orecchie fortunatamente non si vedono, perché sono ricoperte da due stalattiti di cerume che, nei periodi di inerzia superiori ai due minuti terrestri producono anche bizzarre ma complesse stalagmiti a livello del suolo. Veniamo alla bocca: il momento migliore per guardarla è l’autunno, perché i muschi selvatici che si annidano tra i denti sono ancora in via di foliazione e si può quasi avere una panoramica completa della dentatura, composta da dodici canini e, per il resto, da molari di diverse fattezze, dimensioni e inclinazioni. La composizione dell’alito è stata un mistero per noi fino a quando una troupe di ardimentosi scienziati ha deciso di analizzarne la composizione. Il risultato è stato, parole testuali: “E’ quel che si otterrebbe se nascondessimo un tartufo putrefatto all’interno di un calzino usato marinato nel rosso d’uovo marcio e lasciato a essiccare un’intera stagione sotto del letame caldo”. C’è di bello che non soffriamo di carie: le condizioni ambientali della cavità orale si sono rivelate letali per quel tipo di microbi. Veniamo al corpo…

– Deve proprio?

Mi sembra giusto che sappia con precisione che cosa la aspetta.

– Mi creda: sono uno a cui piacciono le sorprese.

In quanto padre della sposa, mi permetta di insistere. Il corpo, dicevamo… Saltiamo il collo, per il semplice fatto che ne siamo sprovvisti: il tronco parte direttamente da sotto il mento, assumendo forme che non sto qui a descrivere perché non potrei, dal momento che alcune nemmeno hanno un nome. Una fitta peluria ricopre poi tutte le zone del corpo, escluse le ascelle. Tutto l’anno. Tranne, ovviamente, nel periodo della muta, quando le piattole che vi si trovano contro la propria volontà possono finalmente fuggire e farsi una nuova vita. Poi, vediamo… Le ho già accennato che la spropositata sudorazione di cui la nostra razza soffre anche d’inverno fa sì che il pelo mantenga quel caratteristico odore da animale selvatico bagnato che…

– Basta.

Come sarebbe a dire “basta”? Mancano ancora il ventre, l’apparato riproduttivo, le gambe, i piedi…

– No, dico davvero, basta così.

Si è finalmente convinto a non farlo?

– No, lo faccio lo stesso.

Aspetti, parliamone.

– Non aspetto. Qui, per qualche motivo, i puliziotti stanno continuando a sigillare tutto con il silicone e io, comunque, sono uno che, quando prende un impegno, porta le cose a termine.

Lei è sicuro di avere messo a sinistra del suo campo visivo Jessica Alba e sulla destra la cosa che le ho appena descritto?

– Sì. E per quanto – glielo assicuro – la sua descrizione abbia reso in qualche modo l’idea della morte una simpatica e tutto sommato plausibile alternativa, credo ancora che sia la cosa giusta da fare: io mi libero dalla convivenza forzata con un manipolo di fanatici editor assassini, e il vostro pianeta sarà finalmente libero di entrare a far parte di quel Lions club della Via Lattea.

Si chiama Sistema Solare Comunitario.

– Quel che è. Mi dica piuttosto di quel modulo IBM.

Che cosa vuole sapere?

– Tutto. Visto che dovrei firmarlo, voglio sapere che obblighi comporta.

Obblighi, nessuno. Ci occupiamo di tutto noi.

– Che vuol dire che vi occupate di tutto voi?

Lei deve solo pensare a rilassarsi. E’ questione di un attimo.

– No, io prima voglio che mi spieghi per filo e per segno che cosa dovrei fare. O, da quel che capisco, che cosa vorreste farmi.

Lei ha ancora le immagini della Jessica e di mia figlia nel suo campo visivo?

– Sì.

Allora la spiegazione è molto semplice: guardi mia figlia, quella a destra. Lo sta facendo?

– Mi ci sto impegnando, sì.

Ecco, sei lei fosse nei panni di quell’informe ammasso di ossa, carne e liquidi corporei, non si sentirebbe almeno un pochino minacciato dal fatto che nella mente del promesso sposo sia anche solo presente come ideale la donna che, invece, incombe a sinistra?

– Beh, diciamo…

Diciamo cosa?

– Diciamo di sì.

Lo vede? Si è risposto da solo.

– Questo cosa vuol dire, che dovrei scordare un’attrice? Tutto qui?

Se fosse così semplice non avremmo bisogno dell’aiuto di un parrucchetto addestrato.

– No, non se ne parla. Io non ho alcuna intenzione di farmi anche solo avvicinare da uno di quei cosi.

Credo che non abbia scelta.

– Facciamo così: io le giuro solennemente che mi impegnerò a non fare mai più pensieri impuri su Jessica Alba o qualsiasi altra umana o aliena dalle simili caratteristiche.

Come le stavo dicendo prima che lei promettesse una cosa che sa di non poter mantenere, non è così facile. Il parrucchetto che la sta raggiungendo è stato da noi modificato in modo che le inserisca nel cervello ricordi fittizi di relazioni infelici con tutte le donne che ha amato nella sua vita.

– Che vuol dire? Che dopo essere stato punto dal parrucchetto sarò convinto di essere veramente stato assieme a Jessica Alba?

Esatto, proprio così. E si ricorderà che non era poi questo granché. Sì, carina, ma niente di speciale. La mattina appena alzati, poi, un disastro. E un caratteraccio che non le dico.

– Ricorderò questo?

Sì, e quelle doppie punte…

– Certo, come ignorare le doppie punte?

L’alluce valgo.

– Non sia mai.

Anche il sesso, alla fine, niente di che.

– Posso farcela.

Lei è un uomo coraggioso.

– Permette una sola domanda?

Mi dica.

– Che significa “ricordi fittizi di tutte le donne che ha amato nel corso della sua vita”?

Qual è la parte che la lascia perplesso?

– La parola “tutte”.

Vuol dire che il trattamento ha effetto su tutti i suoi ricordi che abbiano come ingredienti un qualsiasi essere di sesso femminile associato a un sentimento benevolo come affetto, amicizia, amore… Compresa, ad esempio, l’adorata camerierina del suo pub preferito, a cui non è mai riuscito a rivolgere la parola.

– No, un momento… Anche lei?

Mi sembra ovvio.

– Stop, fermi tutto, faccia atterrare il parrucchetto! Non se ne fa più niente.

In che senso?

– Nel senso che preferisco morire.

Fine… continuo sul libro.
si si lo so lo so anche io ci sono rimasto così.

 

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