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«Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre…»


Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso) 2 DI 3

(Parte 1)

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

 

–  Lei però mi stava spiegando che è un problema se io riattacco.

–  Esattamente.

–  Posso chiedere perché?

–  Allora: posto che la Massima Autorità Siderale Garante per i dati personali non può sbagliare e, per quello che se ne sa, non ha mai sbagliato, ci deve essere stato un contatto, qualcosa, che ha dirottato la mia chiamata sul suo giorno, il suo mese, il suo anno, il suo numero di telefono.

–  Certo, può darsi. E quindi?

–  Quindi i problemi sono tre. Il primo è che se lei riaggancia non sono sicuro di riuscire a parlare con qualcuno che risponda dal giorno, anno e mese giusti . Il secondo è che se qualcun altro non risponde, le probabilità che quello stesso contatto mi faccia nuovamente parlare con lei sono, obiettivamente, minime. Il terzo – e più grave a questo punto, mi viene da dire – è che abbiamo speso o scambiato per il viaggio tutto quello che avevamo, e questa è l’ultima telefonata che possiamo permetterci.

–  L’ultima?

–  Esatto. Abbiamo trovato un piccolo disco di metallo in un piccolo buco all’interno del telefono.

–  Un piccolo disco di metallo? Una moneta intende?

–  Non saprei. Prima il telefono dava il segnale di occupato, poi abbiamo inserito il piccolo disco di metallo e ha iniziato a funzionare. Ora però non ce lo restituisce.

–  Mi state chiamando da una cabina telefonica?

–  Esatto.

–  Ne esistono ancora?

–  Beh, questa sembra a tutti gli effetti esistere.

–  E non c’è proprio nessuno lì in giro che possa prestarvi un’altra moneta?

–  Lei sembra dimenticare continuamente quello che le ho già spiegato, e cioè che su questo pianeta non abbiamo incontrato nessuno.

–  Magari stanno dormendo.

–  Su entrambi gli emisferi?

–  Mi sa dire dove si trova? Che cosa vede?

–  Un grosso cartello su cui è scritto “Torniamo subito” e questa cabina telefonica.

–  E poi?

–  Poi basta.

–  Da quando siete arrivati avete visto solo una cabina telefonica, un cartellone pubblicitario e nient’altro?

–  Beh, anche dell’acqua. Parecchia acqua.

–  Mi faccia pensare… Non potete salire sull’astronave e tornare indietro?

–  Che cos’è un’astronave?

–  Mi scusi, come ci siete arrivati sulla Terra?

–  Lei fa domande strane. Nel solito modo, ovviamente.

–  E sarebbe?

–  In filobus.

–  Che cosa, scusi?

–  In filobus, ha presente? E’ come un autobus, ma si alimenta seguendo le linee elettriche sospese.  Abbiamo tutti fatto il biglietto, siamo saliti, ci siamo accomodati, abbiamo cantato un po’, e siamo scesi alla fermata Terra.

–  Questo mi fa pensare che prima o poi, allora, quel filobus ripasserà. Se c’è una fermata…

–  La fermata Terra non è obbligatoria: quando si sale sull’autobus è necessario spiegare al guidatore che si è diretti lì, allora lui devia dal percorso originario della linea e ti ci porta. Peraltro, considerando il fatto che questo pianeta è deserto, riesco a capire perché abbiano deciso di escludere la fermata dall’itinerario ufficiale.

–  Vuole dire che l’autista non tornerà a prendervi?

–  Ovvio che no: noi eravamo venuti qui per restare, per viverci. Non ci è nemmeno passata per la testa l’idea di poter fare ritorno da dove siamo partiti. Ma non potevamo immaginare che avremmo trovato il vostro pianeta ridotto in queste condizioni.

–  Senta, io apro la finestra e vedo un pianeta in perfette condizioni. Oddìo, diciamo in buone condizioni. Vedo la gente per le strade, i bambini nei parchi, edifici altissimi pieni zeppi di gente che lavora. Possibile che nel giro di una quarantina d’anni tutto questo possa scomparire?

–  Direi anche meno: a giudicare dai detriti che abbiamo trovato, analizzato e raccolto nelle terre che non erano allagate, sospetto che su questo pianeta nessuno venga a bagnare i fiori da almeno vent’anni.

–  Non riesco proprio a immaginare.

–  Potreste, che so, essere andati tutti in vacanza.

–  Per vent’anni? Tutti e sei i miliardi di abitanti?

–  Non ci vedo nulla di strano. Anche noi, in fondo, siamo partiti tutti assieme per raggiungere la Terra in compagnia dei nostri cari.

–  Quante famiglie siete?

–  Ora così su due piedi non saprei dirglielo con esattezza. Di sicuro tutte le famiglia del pianeta.

–  Credo di non capire: in quanti siete sbarcati sulla Terra?

–  Contando me?

–  Come preferisce.

–  Contando me, tremiliardi centosessantottomilioni quattrocentoundicimila settecentoventinove persone.

–  E questi tre miliardi e passa di persone sono tutte lì con lei?

–  Ma certo che no: stanno aspettando fuori dalla cabina telefonica.

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

–  Lei vuole farmi credere che se guarda fuori dalla cabina del telefono vede tre miliardi di persone?

–  …e centosessantottomilioni quattrocentoundicimila settecentoventinove.

–  E cosa fanno?

–  Aspettano.

–  Che cosa?

–  Che lei mi dica qualcosa di utile.

–  Credo di averle già spiegato che non posso esservi d’aiuto in nessun modo, purtroppo.

–  Sì, però, se per lei fa lo stesso, io aspetterei la fine della telefonata per dirglielo. Non vorrei che si deprimessero.

–  Ma noi non sappiamo quanto sarà lunga questa telefonata.

–  Appunto.

–  Quindi non sanno che vi siete persi in giro per la galassia e che nessuno verrà a prendervi?

–  No, per il momento sto sorridendo e facendo sì con la testa come se mi stesse dando preziose informazioni che ci salveranno la vita.

–  Certo. Le manca solo di fare il segno di “ok” con il pollice, a questo punto.

–  Potrei, certo, se la nostra razza avesse il pollice.

–  Non ce l’avete?

–  No.

–  Non deve essere bello.

–  E’ piuttosto scomodo, in effetti, ma ci si abitua.

–  Noi ci vantiamo di essere evoluti proprio per il fatto che abbiamo il pollice opponibile.

–  Non ho capito: vi credete più avanzati solo perché a un certo punto vi è spuntato un dito in un posto strano?

–  Non ci è spuntato. Ce lo avevamo anche prima. Solo che a un certo punto si è spostato ed è diventato, appunto, opponibile rispetto alle altre dita.

–  Quindi, se ho ben capito, avete deciso che avete il diritto di governare il vostro pianeta solo in ragione del fatto che siete l’unica razza dotata di un pollice opponibile.

–  No, no, aspetti: il pollice opponibile ce l’hanno anche le scimmie, per dire.

–  Cosa sono le scimmie?

–  In teoria sono gli animali da cui discendiamo: molto tempo fa, noi eravamo scimmie.

–  Quindi un animale è una cosa che non si è evoluta.

–  Uhm. No. Diciamo che si è evoluta per i fatti suoi, in un’altra maniera rispetto a noi. Un po’ meno.

–  Un animale non sa fare le cose che sapete fare voi?

–  Direi di no. Mettiamola così: un animale capisce meno cose. Tu gli dici: portami le pantofole, e lui ti porta le pantofole. Riconosce poche parole, pochi ordini precisi.

–  Intanto non capisco perché è importante che un animale vi porti le pantofole.

–  Perché così non dobbiamo fare la fatica di alzarci.

–  Perché le pantofole sono molto lontane, in genere?

–  No, magari solo nell’altra stanza, ma non è questo il punto.

–  Allora mi dica lei qual è il punto.

–  Beh, intanto che quell’animale è felice di portarci le pantofole.

–  E’ davvero felice o vi fa credere di esserlo?

–  No, direi che è felice.

–  Da che cosa lo capite?

–  Beh, ogni animale ha un modo diverso di dimostrarlo. I cani, ad esempio, scodinzolano.

–  Cioè?

–  Muovono la coda molto velocemente.

–  E come lo sapete che quando muovono la coda molto velocemente sono felici?

–  Abbiamo dedotto che lo siano.

–  Glielo avete mai chiesto?

–  I cani – e gli animali in genere – non possono parlare.

–  E questo vi dà il diritto di trarre conclusioni per loro conto?

–  Beh, no…

–  O chiedere loro cose assurde come portarvi le pantofole, come se non potessero venire da sole?

–  Non potessero cosa?

–  Chiamarle. Basta chiamarle, e loro arrivano.

–  Le pantofole?

–  Certo.

–  Le pantofole non sono vive.

–  Lei sta scherzando, spero.

–  Sono cose inanimate.

–  Mi sta dicendo che voi, d’abitudine, calzate pantofole morte?

–  No, aspetti… Sono solo… cose… fatte di stoffa. Non hanno mai avuto una vita. Le compriamo già così.

–  Già cadaveri.

–  Ma perché, le vostre invece sono vive?

–  Direi.

–  Le chiamate, e quelle arrivano?

–  No che non basta questo…

–  Ah, ecco…

–  …Bisogna chiedere “per favore”, ovviamente.

–  E si fanno calzare?

–  Se ne hanno voglia.

–  Ho capito. Io però vorrei garantirle che non è che le nostre vengano uccise.

–  Aspettate che muoiano?

–  No, no, siamo fuori strada, non riesco a spiegarmi. Come prima, con la cosa del pollice opponibile.

–  A me sembra di avere capito benissimo. La vostra razza si ritiene superiore a qualsiasi altra presente sul pianeta sulla base di motivazioni insussistenti e presunti vantaggi anatomici.

–  No, è qui che sbaglia. Il vantaggio di avere il pollice opponibile non è affatto relativo: è, probabilmente, una delle cose che ci ha consentito di evolverci e imparare a maneggiare gli oggetti, realizzare manufatti… Le nostre mani, più ancora dei piedi, che non hanno un dito opponibile, ci sono necessarie per vivere.

–  Lei però mi ha detto che le mani ce le hanno anche le scimmie.

–  Esatto.

–  Allora cos’hanno di diverso da voi? Gli mancano i piedi?

–  No. Cioè, sì, gli mancano. Al loro posto hanno altre due mani.

–  Ha-ha! Le scimmie hanno quattro mani!

–  Sì, beh, è risaputo.

–  Quindi ben quattro pollici opponibili contro i vostri miseri due.

–  Sì, è esatto.

–  Lo vede?


–  Senta, quel che vedo è che si è fatto tardi e io non so nemmeno da quanto tempo sto parlando con lei al telefono. In più ci aggiunga che grazie a questa chiacchierata non ho ancora avuto nemmeno il tempo di mangiare qualcosa.

–  Io credo che il vero motivo per cui lei non si è ancora nutrito sia dovuto esclusivamente al fatto che non ha le idee ben chiare a proposito di quel che vuole mangiare.

–  Le assicuro che non è affatto così. E ora so che me ne pentirò, ma la curiosità mi spinge a chiederle che cos’è che glielo fa credere?

–  Non è difficile, non bisogna certo essere Parrucchetti Encefalofagi per capire che lei non ha la benché minima idea a proposito di come alimentarsi.

–  Parrucché?

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–  Parrucchetti Encefalofagi.

–  E cosa sono?

–  Oh, dei gracili, deliziosi e amabili uccellini di ogni sorta di colore, che vivono cinguettando allegramente sul nostro pianeta. Hanno una forma strana.

–  Strana come?

–  Come la chiamate voi quella cosa che la gente si mette in testa quando non ha i capelli?

–  Cappello?

–  No: sotto il cappello.

–  Ah: parrucchini, non parrucchetti. Sono capelli finti.

–  Voi dategli il nome che volete. Da noi si chiamano Parrucchetti, sono capelli veri e volano.

–  Sono come le pantofole?

–  Le pantofole non volano.

–  No, dicevo: sono vivi come le pantofole?

–  Più vivi di così non si potrebbe. Ma le dirò di più: i Parrucchetti Encefalofagi hanno quest’aria gracile, indifesa, che viene quasi voglia di raccoglierli con una mano per proteggerli dal resto del mondo. E invece no.

–  No?

–  No: si nutrono in maniera piuttosto strana.

–  In che senso?

–  Come dice il nome stesso, sono encefalofagi: vanno ghiotti per il cervello.

–  Guardi, se è per questo a me fa schifo, ma anche alcuni umani mangiano cervello animale: lo cuociono con…

–  Mi scusi se la interrompo, probabilmente non mi sono spiegato bene io: ai Parrucchetti piace il cervello fresco.

–  No, infatti, temo di non capire.

–  Mettiamola così: lei sta passeggiando per i fatti suoi; ad un certo punto un grazioso uccellino attraversa il suo spazio visivo svolazzando e cinguettando festosamente; lei dice “Oh, è quasi primavera!”, ed è lì che sbaglia, perché se il grazioso uccellino è un Parrucchetto e se lei potesse avere una testa in grado di roteare di 360 gradi… Lei non ce l’ha una testa capace di roteare di 360 gradi, vero?

–  No, direi di no.

–  Ecco, immaginavo. Ma se l’avesse, lo vedrebbe alle sue spalle mentre a tutta velocità e senza fare il benché minimo rumore si fionda sulla sua capoccia, muta abilmente il colore del piumaggio in quello dei suoi capelli in modo da mimetizzarsi perfettamente, le pianta nel cranio quel becco aguzzo che si ritrova e, infine, si mette comodo e resta lì a succhiarle il cervello come se stesse bevendo con una cannuccia dalla lattina.

–  Mio dio, ma che morte orribile!

–  Morte? No, e chi ha parlato di morti?

–  Beh, voglio dire: se un bastardissimo uccello mi pianta il becco nel cranio e inizia a succhiarmi il cervello, immagino che io per primo vorrei essere morto, come minimo.

–  Invece no: essere attaccati dai Parrucchetti può essere un privilegio.

–  Non vedo come.

–  Il fatto è questo: come le dicevo i Parrucchetti Encefalofagi sono ghiotti di cervello, e lo sono a tal punto che non sanno quando fermarsi. Anche se sono completamente sazi, la loro golosità li spinge a continuare a succhiare, con il risultato che, normalmente, fanno indigestione e rivomitano tutto lì dov’era.

–  Un bel privilegio.

–  Certo. Perché, diciamolo: ogni tanto il cervello ha bisogno di una smossa. Una bella rimescolata e si torna più intelligenti di prima, più creativi, più svegli e oserei dire pure più felici. Il Parrucchetto, in sostanza, fa questo: frulla idee, ricordi, intuizioni, nozioni e, mescolandoli, li fa incontrare, creando nuove connessioni, prima impensabili, tra le sinapsi impigrite. Per questo, da noi, quando a qualcuno viene inaspettatamente un’idea brillante, si dice tutti in coro: “Benvenuto al Parrucchetto!”.

–  Come un brindisi?

–  Bravo. E non è ancora finita: a volte, poi, capita che il Parrucchetto rigetti anche piccole parti di cervelli altrui, che magari non ha digerito, in quello che ha appena finito di succhiare. Così quando il Parrucchetto ha finito di vomitare ci si ritrovano in testa le idee rivoluzionarie di qualcun altro (che magari non erano così geniali prima di incontrare le nostre, ed esserne completate) o, anche, so di gente che ha preso improvvisamente a parlare lingue che non aveva mai conosciuto. Il fatto stesso che io stia parlando la sua, e che lei mi comprenda, mi fa pensare che, in qualche modo, un Parrucchetto sia riuscito a shakerare il mio cervello con quello di qualche abitante della Terra.

–  Lei dice che esistono Parrucchetti anche qui da noi?

–  Quasi sicuramente, solo che non ve ne siete accorti.

–  A me sembra impossibile. Io non ne ho mai visto uno.

–  La cosa non mi stupisce. Il Parrucchetto è ingegnoso: studia le pettinature più alla moda e impara a replicarle alla perfezione. Poi si piazza sulla nuca ed è quasi impossibile riconoscerlo ad occhio nudo.

–  Ho capito, ma quando siamo allo specchio, o ci pettiniamo…

–  Col pettine gli fate solo i grattini sulla schiena. Cosa che lui adora, per di più.

–  Continua a essermi difficile crederlo.

–  Allora le chiedo una cosa: ha mai avuto a che fare con persone che da un giorno all’altro sono cambiate completamente, o le sono sembrate più vitali, o magari hanno mollato casa, lavoro e famiglia per scappare a Betelgeuse e mettere in piedi una gelateria con vista universo con una diciassettenne del posto?

–  Ecco magari non sono finiti a Betelgeuse, ma sì, direi di sì.

–  Bene: molto probabilmente è stata opera di un Parrucchetto. Per farle un esempio, non so se succede anche dalle vostre parti, ma da noi sì: a volte le donne decidono improvvisamente di cambiare vita e fare cose come iniziare una raccolta punti, iscriversi a un corso di fotografia, o scambiare consapevolmente liquidi corporei con il loro istruttore di Capoeira. Quando lo fanno, si sentono cambiate dentro e vogliono sentirsi cambiate anche fuori: a quel punto ci dicono che sono state dal parrucchiere.

–  “Ci dicono” in che senso?

–  Nel senso che non è vero: hanno semplicemente incontrato un Parrucchetto. Il che, peraltro, spiega anche la nuova acconciatura.

–  Quindi lei sta sostenendo che le donne mentono.

–  Assolutamente no. Loro credono veramente di essere state dal parrucchiere. Lei ha presente le zanzare?

–  Certo che le ho presenti, ma non vedo cosa c’entrino in questo momento.

–  C’entrano eccome. Mentre inseriscono il pungiglione nella pelle, le zanzare (specialmente su Giove dove non sono ben viste) iniettano una sostanza che ha potere anticoagulante e anestetico, in modo che non ci si possa accorgere della puntura.

–  Questo più o meno lo sapevo.

–  Bene. Il Parrucchetto è dotato di un becco acuminato capace di fare la stessa cosa, solo che il liquido che inietta è in grado di fare molte più cose: ferma il sangue, ad esempio, o anestetizza anche lui la parte perforata. Questo quando parliamo di uomini. Nel caso la vittima sia di sesso femminile, invece, immette un ulteriore composto chimico che va a colpire una particolare parte del cervello che si occupa di far credere in tutta onestà di essere stati dal parrucchiere.

–  Questo, devo dire la verità, spiega molte cose. Tranne una.

–  Mi dica.

–  Ancora non capisco perché ha detto che non serve essere un Parruccoso per entrarmi nella testa.

–  E’ un’espressione comune, una metafora che usiamo spesso, dalle nostre parti: può significare che lei è molto prevedibile, oppure che non ha le idee chiare.

–  Nel mio caso specifico cosa vuol dire?

–  Lei sosteneva di dover mangiare qualcosa. Io le ho semplicemente ribattuto che se avesse voluto mangiare l’avrebbe fatto.

–  Sarei riuscito a farlo se non fossi rimasto qui a parlare con lei.

–  No, lei non l’ha fatto perché stava pensando di mangiare “qualcosa”, ma non aveva ancora deciso cosa.

–  Sa che le dico?

–  No che non lo so. Non sono mica un Gioviale: la mia specie non è in grado di leggere il pensiero.

–  Io non so se è lei in particolare o la sua razza in generale, ma ho l’impressione che lei mi prenda troppo alla lettera.

–  Sa cosa direbbero su Giove?

–  No.

–  “L’importante è che non sia una zeta”.

 

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)–  Mi dice una cosa?

–  Se posso…

–  Sono ancora tutti lì fuori dalla cabina del telefono?

–  Sì.

–  E che fanno?

–  Che devono fare? Mi guardano. E aspettano.

–  Non sono arrabbiati?

–  Per ora no.

–  Ed è normale?

–  Abbastanza: siamo una civiltà abbastanza paziente per natura. Non per niente il nostro pianeta d’origine aveva i peggiori call center della galassia: il tempo medio di attesa al telefono per una semplice richiesta di installazione di una linea telefonica era, più o meno, di mezza giornata.

–  Mezza giornata per avere una nuova linea telefonica mi sembra un tempo d’attesa tutto sommato buono.

–  Intendo dire di attesa al telefono, prima della risposta dell’operatore.

–  Ah.

–  Mi sembra stupito.

–  Sì, ma non vorrei imbarcarmi con lei in altri paragoni tra il mio pianeta e il suo, considerando che io e i miei circa sei miliardi di coabitanti del pianeta ne usciamo in genere piuttosto malconci.

–  Questo perché non sapete apprezzare il nobile piacere della discussione: da noi si discute anche senza motivo, appena se ne trova l’occasione e, spesso, anche quando sì è d’accordo.

–  In che senso?

–  Capita di frequente che si intavoli una discussione per il solo piacere di farla, anche quando si ha la stessa opinione.

–  Non capisco.

–  Mettiamo che io e lei si sia entrambi sostenitori del nuovo rigassificatore per lo smalitimento dei rifiuti che stanno installando proprio dietro la vostra Luna…

–  Dietro la luna di chi?

–  La vostra. Lo stanno costruendo da anni. Ormai è quasi finito. L’hanno messo dietro, sulla faccia che non vedete, in modo che non poteste accorgervene.

–  Ma io non sono affatto d’accordo!

–  Ecco, questo in effetti semplifica di parecchio le cose: lei non è d’accordo, io sì: potremmo intraprendere un’appassionante discussione che durerebbe giorni e giorni. Se invece anche lei fosse stato del mio stesso parere, allora avremmo estratto a sorte chi tra noi due avrebbe dovuto fingere di sostenere l’opinione opposta.

–  Rimane il fatto che a me non sta bene. Chi lo ha deciso che si dovesse farlo proprio dietro a casa mia?

–  Mi dica una cosa lei: che distanza percorre, in media, ogni giorno?

–  Che c’entra?

–  Lei me lo dica e vedrà che se glielo chiedo in qualche modo c’entra.

–  Non lo so… mezzo chilometro a piedi e tre, circa, in macchina.

–  E quando fa questi circa tre chilometri in macchina, dove si reca?

–  In ufficio.

–  Lei sosterrebbe in piena buona fede che il suo ufficio si trovi nei pressi della sua abitazione?

–  Direi proprio di no, altrimenti perché ci andrei in macchina?

–  Ecco.

–  Ecco cosa? Lei, quando dice “Ecco”, è pronto a dimostrarmi che ho sbagliato da qualche parte.

–  Dico “Ecco”, perché lei ha l’ardire di sostenere che cose che si trovano a soli tre chilometri da casa sua siano “lontane da casa”, mentre è pronto ad infervorarsi se le annuncio che hanno quasi finito di costruire un rigassificatore sul lato oscuro della vostra Luna, la quale, per la cronaca, secondo le ultime misurazioni, dista dal suo pianeta, la Terra, 385.899 chilometri.

–  Va bene, ho capito, ma resta sempre il mio pianeta: è come se fosse casa mia.

–  Lei potrebbe fare le valigie lì, ora, spostarsi in un punto a caso della Terra, e farsi una casa in quel preciso punto?

–  Non semplifichiamo: no, che non posso. Mi è scaduto il passaporto, dovrei forse chiedere il visto e, probabilmente, a seconda del posto, fare anche qualche vaccinazione.

–  Ho capito: mi sta dicendo che i tizi che abitano questo punto a caso della Terra la considerano così tanto uno di casa da richiederle un documento ufficiale, un’autorizzazione per iscritto, e la cortesia di andare a farsi visitare prima da un medico perché non si sa mai che tipo di malattie potrebbe portare? Non mi sembra il tipo di trattamento che si riserva a un vicino di casa.

–  Va bene, è vero, non posso andarmene in giro a casaccio: ci sarebbe parecchia burocrazia da sbrigare, prima. E, forse, dovrei anche richiedere la nazionalità del paese in cui vado a stare.

–  E questo sa perché?

–  No, ma immagino che non manchi molto alla rivelazione.

–  Perché sta andando in quella che è casa di altri. Quanto è grossa la sua?

–  La sua che? Il mio appartamento?

–  Sì.

–  Qualcosa attorno ai 90 metri quadrati.

–  Bene. Prendiamo la superficie calpestabile del suo pianeta, che è di… un attimo che prendo i dati dal depliant dell’immobiliare… ecco, di 510.066.000 km², e la dividiamo per i suoi 90 m², beh…

–  Beh, cosa?

–  Un attimo, sto aspettando il risultato… Ecco, qui risulta che lei sarebbe legittimo proprietario della Terra per un 1,7 per cento alla meno diciassettesima.

–  Ora ho finalmente la certezza di avere le idee confuse.

–  Le basti pensare che è un numero parecchio basso: un po’ poco per opporsi alla costruizione di un rigassificatore stellare che servirà qualche milione di pianeti, la gran parte dei quali – se non tutti – di gran lunga più grandi del suo. Però, se desidera, può dare la delega a qualcuno perché la rappresenti al prossimo Consiglio Generale tra i Pianeti per il Recupero Ambientale della Galassia: si terrà tra due giorni in un capannone nella periferia di Gamma Orionix. Certo, a meno che non abbia voglia di andarci di persona.

–  Ci stavo giusto pensando, ma non credo di farcela senza perdermi il secondo tempo della partita.

–  Un peccato.

–  Davvero.

 

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

–  Prima, quando le ho chiesto se poteva dirmi una cosa…

–  Sì?

–  …mi ha risposto: “Se posso”.

–  Certo.

–  Perché, ci sono cose che non può dirmi?

–  Mi sembra più che ovvio.

–  E c’è anche un motivo particolare per cui non può dirmele?

–  Più che particolare, un motivo legale.

–  Ovvero?

–  Sono vietati tutti i contatti che potrebbero influenzare le civiltà meno progredite, inquinandone lo sviluppo naturale, così come è fermamente vietato interferire negli affari interni di un governo o di un altro pianeta.

–  I “meno progrediti” saremmo noi terrestri?

–  Le sue domande sono spesso retoriche, lo sa?

–  A me però questa cosa sembra di averla già sentita in “Star Trek”.

–  Mi pare normale.

–  Ah si?

–  “Questa cosa”, come la chiama lei, si chiama “Prima Direttiva”, ed è una legge che i governi della maggior parte dei pianeti di questa galassia e di quelle confinanti hanno sottoscritto per fare in modo che ve la cavaste da soli.

–  No, io in realtà mi riferivo alla cosa di “Star Trek”. Era quella a non sembrarmi normale.

–  “Star Trek” è stato il principale mezzo che i popoli extraterrestri di cui le dicevo hanno utilizzato in tutti questi anni quando avevano la necessità di farvi sapere qualcosa.

–  Voi per comunicare con noi utilizzavate “Star Trek”?

–  Quello, e le scritte sotto i tappi dei succhi di frutta.

–  Mi sta dicendo che tutto quello che si vede in “Star Trek” è vero ed è possibile?

–  Tutto.

–  Anche il motore a curvatura?

–  Certo, anche il motore a curvatura. Se nel frattempo l’aveste scoperto non sareste più oggetto delle limitazioni imposte dalla Prima Direttiva.

–  Anche il teletrasporto?

–  Sì, anche il teletrasporto.

–  E come mai non lo utilizzate per spostarvi, al posto del filobus? O adesso, ad esempio, per tornare indietro da dove siete arrivati?

–  Perché il teletrasporto è vietato ancora più che i viaggi nel tempo.

–  Ah sì?

–  L’invenzione del teletrasporto ha portato con sé innumerevoli vantaggi e qualche inconveniente che però non poteva essere trascurato.

–  Tipo?

–  Innanzitutto la gente iniziava ad apparire in mezzo a feste cui non era stata invitata.

–  Non mi sembra un grande problema.

–  Lo divenne perfino da voi sulla Terra, l’anno in cui un pastore pleiadiano ritirò l’Oscar per la migliore interpretazione maschile, apparendo d’improvviso sul palco accanto alla coppia di premiatori. Si era perfino preparato il discorso di ringraziamento: gli fecero salutare i parenti, si commosse un po’ nel passaggio in cui dedicava il premio alla moglie e alla figlia, e se ne andò accompagnato da un sincero applauso. Si dice che vada ancora molto orgoglioso  di quell’Oscar, e l’abbia riposto sulla mensola più in vista nella sua casa sulla prima delle Sette Sorelle delle Pleiadi. Ma è successo anche di peggio…

–  Ad esempio?

–  Nel breve periodo in cui l’utilizzo del teletrasporto era ancora legale, non le sto a raccontare quante coppie clandestine sono state scoperte dai legittimi consorti apparsi dal nulla.

–  Beh, non mi sembra abbastanza per proibire l’uso di una delle più grandi invenzioni mai realizzate.

–  Si sta scordando il tostapane.

–  Dopo il tostapane, certo… Però, insomma: mi pare una misura un filo estrema.

–  E dove lo mettiamo il crollo dell’industria dell’automozione?

–  Lo so, ma…

–  E non parliamo poi dell’indotto. Un’impressionante serie di attività divennero totalmente inutili da un giorno all’altro: la pulizia dei parabrezza ai semafori; le raccolte dei bollini punti per i rifornimenti di carburante; l’incellofanamento di valigie all’aeroporto; le previsioni del tempo; le patenti pel’abilitazione alla guida dei filobus… In quel periodo ci fu parecchia gente che non se la passò bene. Poi, certo, c’era anche il problema della privacy…

–  Che c’entra la privacy con il teletrasporto?

–  Ora le spiego. Provo con un esempio: qual è la sua attrice preferita?

–  Direi Jessica Alba.

–  Non le veniva in mente una delle vostre?

–  In che senso?

–  Jessica Alba non è originaria della Terra.

–  Ah no?

–  A lei sembra plausibile?

–  In effetti no.

–  Comunque per l’esempio va bene lo stesso. Ora, mettiamo che lei sia un fan sfegatato di Jessica Alba, uno di quei fanatici ossessionati che non si fermano davanti a niente: se avesse a disposizione il teletrasporto, quanto tempo impiegherebbe a realizzare che può apparire e scomparire a piacimento dalla casa di Jessica Alba, dalla doccia di Jessica Alba, dal letto di Jessica Alba?

–  Ora che mi ci fa pensare…

–  Non sarebbe l’unico: lei non ha idea di quante persone furono pizzicate all’interno di proprietà altrui, intente a spiare attrici, cantanti, modelle, o anche solo vicine di casa immerse nella vasca da bagno. Se poi lei fosse particolarmente perspicace le verrebbero in mente altri utilizzi fraudolenti del teletrasporto.

–  Tipo?

–  Tipo apparire all’interno del caveau di una di quelle cose che voi chiamate banche e poi dileguarsi con il bottino. O entrare al cinema senza passare per la biglietteria. O sparire dai camerini di un negozio indossando i vestiti che sta provando. Potrei andare avanti per ore.

–  La prego, no: ho capito.

–  Ne sono felice. A dire la verità, considerando come avete ignorato per anni i nostri messaggi sotto i tappi dei succhi di frutta, non vi siete propriamente fatti la fama di una razza particolarmente sveglia.

–  Io non mi sono mai neanche accorto che ci fossero delle scritte sotto i tappi.

–  Per l’appunto.

–  Ma cosa dicevano?

–  Cose semplici, tipo: “Rilassati”, “Dai, che non butta così male”, oppure il mio preferito: “Meglio di no”.

–  “Meglio di no?” in che senso?

–  In generale.

–  E con tutte le antenne paraboliche larghe centinaia di metri che abbiamo installato in giro sul pianeta per intercettarvi o lanciarvi un segno, voi ci parlavate attraverso il capitano Picard e i tappi dei succhi di frutta?

–  Esatto. Siamo anche stati in trattative con i cinesi per inserire qualche suggerimento anche all’interno dei biscotti della fortuna, ma la trattativa è andata a monte perché chiedevano troppo e volevano l’esclusiva.

–  Un momento, però… Lei in questo momento sta comunicando con me!

–  Non ci vedo nulla di male.

–  Ah no? E la Prima Direttiva? Non era vietato darci informazioni, interferire con il nostro sviluppo naturale?

–  Lo è, certo. Ma a questo punto mi viene il dubbio che lei non conosca l’esistenza di una Seconda Direttiva.

–  Ce n’è un’altra?

–  Ce ne sono tante. La Seconda ribadisce i concetti della prima, ma prevede si possa di tanto in tanto fare un’eccezione per il vostro particolare pianeta.

–  Perché solo per noi?

–  Tutti i firmatari erano perfettamente consapevoli che se avessero deciso che ve la dovevate cavare completamente da soli, vi sareste condannati all’estinzione con le vostre stesse mani. Questo è il motivo per cui, con l’andar del tempo, è stato dato il via libera al progetto di farvi pervenire piccoli, innocui suggerimenti perché poteste vivere meglio sul vostro Pianeta, o per regalarvi gli spunti che mancavano ad alcune vostre idee, in modo che le elaboraste per rendervi finalmente indipendenti.

–  E secondo voi avremmo dovuto capire tutto questo leggendo sotto i tappi?

–  Non vedo in che altro modo.

–  Lei lo ha letto il mio, di messaggio?

–  Quale messaggio?

–  Diceva che siete una razza fastidiosamente supponente.

–  E come avrei potuto leggerlo, mi scusi?

–  Glielo sto scrivendo adesso su un bastoncino di ghiacciolo. Fra quarantaquattro anni dovrebbe trovarlo.

 

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

–  Lei sta scherzando, voglio sperare.

–  No, davvero, lo sto scrivendo in questo momento.

–  Com’è la frase esatta? Me la sa ripetere?

–  Certo. Dice: “Siete una razza fastidiosamente altezzosa e sprezzante”.

–  Ed era scritta su un piccolo legnetto levigato dalle punte arrotondate?…

–  Sì, un semplice bastoncino di quelli dei ghiaccioli.

–  …In inchiostro blu?

–  Sì, come fa a saperlo?

–  Lei non ha idea.

–  Non mi dica che l’ha trovata per davvero.

–  No. Io no.

–  E allora perché mi dice “Lei non ha idea”?

–  Perché per davvero lei non ha idea del casino che ha creato, lasciando quella scritta in balia del futuro.

–  In balia del… No, in effetti a questo punto non ce l’ho.

–  Ebbene, quel suo piccolo, insulso, inutile pezzettino di legno è stata la causa scatenante della terribile e nefasta guerra dei ventisette anni tra Gioviali e Sicumeri.

–  Ah.

–  Mi vuol dire che non sa che i Gioviali e i Sicumeri si sono fatti la guerra?

–  No, io proprio non so chi siano i Sicumeri. E due ore fa non sapevo nemmeno chi fossero i Gioviali.

–  I Sicumeri sono una razza pacifica ma insopportabile che vive esattamente a 3879,69 anni luce da voi, sul pianeta Superiore.

–  Superiore a cosa?

–  In generale, nel loro modo di vedere le cose. Diciamo che si differenziano dai Gioviali perché almeno sono pacifici.

–  Noto con piacere che l’universo sprizza simpatia.

–  Non creda che i terrestri godano di una migliore reputazione. Almeno da quando avete inventato i parcheggi a pagamento e la pacca sulla spalla.

–  Cos’ha che non va la pacca sulla spalla?

–  Non si colpisce una persona a tradimento, quando meno se lo aspetta.

–  Ma quello non è colpire, è solo un modo affettuoso per comunicare fraternità.

–  Per l’appunto: non si capisce cosa ci troviate di così fraterno in un atto violento.

–  Le ripeto che non è un atto violento: è un colpetto dato con simpatia, uno schiaffetto che non fa male.

–  Che non fa male lo dice lei. Su Marmelloso Dietro, per dire, la gravità è maggiore di circa 150 volte rispetto a quella della Terra. Il che, considerando che il peso è relativo e cambia a seconda della forza gravitazionale del luogo in cui viene misurato, comporta che un semplice buffetto dato da un Terrestre sia in grado di uccidere un Marmelletro all’istante.

–  Due cose.

–  Mi dica.

–  La prima: che cos’è un Marmelletro?

–  Ovviamente un abitante di Marmelloso Dietro.

–  Mentre invece uno di Marmelloso Davanti si chiama…

–  …Marmellante.

–  Ho capito. La seconda cosa: ora, io non vorrei vantare conoscenze di fisica che francamente non ho, ma immagino che se i Marmelletri vivono su un pianeta in cui la gravità è 150 volte più forte che sulla terra, l’evoluzione debba aver consentito ai loro corpi di adeguarsi a quelle particolari condizioni di vita.

–  La fa facile lei.

–  Si, eh?

–  Il fatto è che di punto in bianco, una trentina d’anni fa, Marmelloso Dietro ha preso a girare più velocemente. Nel tempo che prima impiegava per fare un giro su sé stesso, ora ne fa 150. E’ successo così, all’improvviso: un’accelerazione da 1 a 150 in 30 secondi. Persone che se ne stavano tranquillamente sedute sul divano di casa davanti alla televisione si sono viste il pianeta scorrergli da sotto il sedere, e si sono ritrovate su un continente dalla parte opposta del pianeta a guardare trasmissioni diverse. Alcuni, più per la fatica di dover trascinare un corpo 150 volte più pesante, sono rimasti lì, dove peraltro i programmi alla tv erano migliori. Altri hanno intrapreso il lungo viaggio del ritorno verso casa: a quel che mi dicono i primi stanno già arrivando.

–  “Già” in che senso? Sono trascorsi trent’anni!

–  Certo, perché me la immagino, lei, con 149 amici in groppa, farsi queste lunghe e rilassanti passeggiate…

–  Va bene, ho capito. Quindi lei dice che i Marmelletri non hanno fatto in tempo a evolversi prima dell’accelerazione, e quindi sono rimasti troppo esili.

–  C’è anche da dire, a onor del vero, che i Marmelletri sono sempre stati un po’ gracili, di natura: anche prima della variazione della gravità la maggiore causa di morte naturale su quel pianeta era lo starnuto.

–  Lei però divaga parecchio, lo sa? Mi stava dicendo che sono stato causa di una guerra tra Gioviali e Sarchiaponi.

–  Sicumeri.

–  Quello che sono. Io che c’entro?

–  I Gioviali, come probabilmente le ho già accennato, non sono poi queste sagome. Sono suscettibili, permalosissimi e estremamente scontrosi: basta un niente perché si offendano a morte. Quando successe quello che sto per raccontarle avevano già deciso di isolarsi più o meno completamente dal resto della galassia: si sono fatti un loro elenco telefonico; hanno ritirato tutti gli ambasciatori sui vari pianeti esteri e, forti del fatto che sono sempre stati autosufficienti, hanno bloccato importazioni ed esportazioni.

–  Tutto questo perché?

–  Semplicemente perché non gli piace la compagnia. Dicevo: era già qualche anno che nessuno li sentiva per vie ufficiali quando, improvvisamente, hanno acceso i trasmettitori al plasma e letto in diretta su tutte le frequenze udibili un comunicato nel quale il Magnifico Presidente del Massiccio Sistema Iuppiteriano vaneggiava a proposito di una vile e inattesa provocazione subita dal popolo Gioviale da parte dei Sicumeri.

–  Quale provocazione?

–  Prima devo aprire una parentesi.

–  Non mi dica.

–  Deve sapere che ogni popolo comunica e diffonde notizie attraverso supporti diversi, a seconda delle preferenze e delle tradizioni. A noi, per esempio, piacciono molto i tappi dei succhi di frutta. Voi Terrestri, invece, abbattete uno smodato numero di alberi e li appiattite per scriverci sopra delle cose. Ebbene, sotto questo aspetto i Sicumeri sono molto simili a voi: sa quale supporto utilizzano per diffondere le comunicazioni ufficiali? Piccoli bastoncini di legno piatti e dalle estremità arrotondate.

–  Vedo che stiamo faticosamente arrivando al punto, e ho il sospetto che non mi piacerà.

–  No, lo credo anche io. La vera causa scatenante non si seppe fino alla fine del conflitto, quando furono derubricati alcuni fascicoli fino ad allora secretati. In pratica una spia Gioviale in servizio nel vostro quadrante riportò al Governo Iuppiteriano di avere intercettato un messaggio belligerante di indubbia provenienza Sicumera: si trattava di un legnetto sul quale era ben leggibile, vergata in inchiostro blu, la frase che mi ha letto poco fa.

–  Fermo un attimo: lei mi sta dicendo che il messaggio che le ho scritto per scherzo qualche minuto fa sul bastoncino di un ghiacciolo che avevo appena finito di succhiare è stato intercettato nel futuro dal governo di un pianeta di bisbetici folli che, per questo motivo, hanno dichiarato guerra a un pianeta che si stava facendo i fatti suoi, seminando vittime e distruzione in giro per l’universo?

–  Esatto.

–  Ma è una cosa terribile! E lei che fa, non mi ferma? Non mi suggerisce di fare il bastoncino in mille pezzi, di passarlo per il tritarifiuti, di ingoiarlo in modo che nessuno possa ritrovarlo?

–  Non s’azzardi a farlo!

–  Che cosa?

–  Il futuro è già successo, per il semplice fatto che glielo sto raccontando. Cambiarlo potrebbe avere conseguenze deleterie; è tassativamente vietato dalla Polizia Congiunta del Tempo e in più non porta bene. Quindi lei ora si mette lì calmo e lascia stare quel bastoncino. Anzi, no: ne fa quel che ne avrebbe fatto se io non le avessi spifferato quel che succederà.

–  Lei non può chiedermi questo. Si rende conto che ho causato una guerra?

–  Invece posso, e lo faccio, perché ne so più di lei, quindi la invito a fidarsi: lei non ha idea di quante vite e quanti eventi futuri siano legati a quel pezzo di legno. Cambiargli il destino significa che io potrei svanire all’istante assieme ai tremiliardi centosessantottomilioni quattrocentoundicimila settecentoventotto miei compagni che sono qui fuori dalla cabina telefonica. Significa anche che questa telefonata potrebbe non essere mai avvenuta, e considerato che lei al momento rappresenta l’unica possibilità di sopravvivenza per la mia razza, capirà perché sono obbligato ad essere piuttosto pressante sulla questione. Mi dia retta: con molta calma e cautela prenda il bastoncino con entrambe le mani, anche aiutandosi con i pollici opponibili, se crede.

–  Ce l’ho.

–  Bene, ora pensi a che cosa ne avrebbe fatto se non avesse parlato con me.

–  L’avrei buttato nella spazzatura, credo.

–  Non è il momento per i dubbi: crede o ne è certo? E in quale cestino della spazzatura?

–  In quello in cucina, dove butto tutto.

–  Quindi lei non fa la raccolta differenziata?

–  Ho in mano il futuro della sua specie, le sembra il momento per la ramanzina ecologista?

–  Ha ragione. No, non ha ragione, ma per questa volta passi. Mi dica, è in cucina?

–  Sì.

–  Lo butti.

–  Ne è sicuro?

–  Sicurissimo.

–  Una guerra, morti, feriti…

–  Lo butti.

–  Fatto.

–  Bene: lei non ha idea di quanto sia sollevato dalla cosa. Non siamo mai stati tanto vicini all’estinzione come in questi ultimi minuti. E intendo me, lei, tutto quel che conosciamo come lo conoscerà anche lei.

–  Ora però voglio che mi racconti tutto di quella guerra, di che cosa sono stato responsabile.

–  Non c’è problema, gliela racconto subito: l’ho studiata a scuola e saprei ripeterle la storia a memoria. Però prima deve levarmi una curiosità.

–  Se posso, come no?

–  Lei mi ha mentito a proposito della frase. Oppure se ne è dimenticato un pezzo.

–  Le assicuro di no: è una cosa successa pochi minuti fa.

–  Se la ricorda, la frase?

–  Certo: “Siete una razza fastidiosamente altezzosa e sprezzante”. Dico, le sembra abbastanza per scatenare una guerra?

–  Per un Gioviale? Una frase contenente sei – e dico sei – zeta? Senza dubbio. Senza considerare poi la parte che sta omettendo, quella in cui ha insinuato che fossero una razza fredda. Non è una cosa carina da dire a gente abituata a vivere su un pianeta la cui temperatura media in superficie è di -150 gradi.

–  Le ripeto e le giuro che non sto tralasciando niente, e non mi ricordo nessun accenno alla freddezza: ho scritto “altezzosi” e “sprezzanti”.

–  I libri di scuola riportano la storia in modo diverso. Dicono che ai Gioviali è pervenuto un pezzo di legno…

–  Un bastoncino di ghiacciolo…

–  …su cui era scritto a chiare lettere: “Siete una razza fastidiosamente ALGIDA altezzosa e sprezzante”.

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

–  Gentilmente, dal momento che probabilmente lei una guerra tra due pianeti non l’ha mai provocata, le chiedo la cortesia di mettersi nei miei panni e di spiegarmi – se ce la fa senza divagare – perché io invece ci sono riuscito.

–  Vuole la versione lunga o quella corta?

–  Proviamo con quella corta.

–  I Gioviali sono antipatici.

–  Ne ha una media?

–  Mi dica lei cosa vuole sapere.

–  Innanzitutto perché i servizi segreti Gioviali hanno attribuito la frase sul bastoncino ai Sicumeri, dal momento che l’ho scritta io e sono pressoché sicuro di avere utilizzato una lingua di indubbia origine terrestre.

–  Lei si scorda, o forse non sa, che l’anno del contatto per i Terrestri è avvenuto meno di tre mesi fa.

–  L’anno del contatto?

–  Il momento in cui la vostra civiltà ha scoperto di non essere sola nell’universo.

–  Io non ho sentito niente, in giro.

–  Tre mesi fa nostri, non suoi: è successo verso la fine del vostro 2054. Stavate festeggiando il compleanno di uno importante.

–  Uno importante?

–  Sì, uno che doveva venire a salvarvi, prima o poi.

–  Ah, ho capito, era Natale.

–  Non mi ricordo come si chiamava.

–  No, Natale è… lasci perdere. Che c’entra invece l’anno del contatto con il bastoncino del ghiacciolo?

–  I Gioviali hanno dedotto che non potevate essere stati voi a mandarlo, perché ancora nemmeno sapevate che esistevano. Mentre il bastoncino di legno, beh, quella è la classica firma dei Sicumeri.

–  E i Gioviali non potevano offendersi e basta?

–  Sta scherzando? Per una frase minacciosa contenente sei zeta tutte assieme? Ma neanche per idea!

–  Quindi, cos’hanno fatto?

–  Molto semplicemente, tre minuti dopo avere letto la scritta sul legnetto, hanno dichiarato guerra ai Sicumeri.

–  E i Sicumeri non potevano spendere i tre minuti successivi a spiegare che non erano stati loro?

–  Lei deve sapere che i Sicumeri sono famosi per un’altra caratteristica, oltre a quelle che le ho già detto: sono parecchio presuntuosi e si sentono superiori a qualsiasi altra civiltà esistente. Quindi, quando i Gioviali hanno dichiarato la guerra, hanno indetto un referendum.

–  Un referendum?

–  Sì, la domanda era: “Siamo in grado di vincere questa guerra?”. Il 97% ha risposto “Sì”. Il rimanente 3% non aveva capito dove andava messa la crocetta per rispondere “Sì”.

–  …E sono entrati in guerra.

–  Sì, ma il problema è un altro: contrariamente a quel che credevano, i Sicumeri non erano assolutamente in grado di vincerla, quella guerra.

–  Perché?

–  Innanzitutto perché il pianeta Superiore è grosso quanto il ripostiglio di Giove. Può dedurre anche lei, quindi, che rispetto ai Gioviali fossero in minoranza. Il rapporto, se non ricordo male, era di uno a tredicimila. In più, i Gioviali possono prevedere le mosse del nemico, perché sono capaci di leggere il pensiero.

–  Ah.

–  E non è finita qui. I Sicumeri non avevano mai avuto un esercito: lo consideravano una cosa volgare.

–  Ho capito. Quel che mi interessa, però, è quanti morti ci sono stati, quali danni ha fatto la guerra. Cose così, sa, che uno chiede quando si sente responsabile.

–  Morti? Nessuno.

–  Mi scusi, quanto è durata questa guerra?

–  Ventisette anni.

–  E in ventisette anni di guerra non c’è scappato nemmeno un morto?

–  Uno, tra i Sicumeri, ma non si sentiva bene da prima.

–  Non capisco.

–  E’ abbastanza facile: i Gioviali non possono morire.

–  Ah no?

–  No. Loro, quando finiscono di usare il corpo che hanno, si trasformano in concime.

–  Questo noi lo chiamiamo morire.

–  Loro no. Lo chiamano diventare delle bellissime piante.

–  Allora mettiamola giù così: mi dice di quanto concime stiamo parlando?

–  Giove non è mai stato così verde come in quel periodo.

–  La prego, non mi dica così.

–  Ma lei non deve sentirsi responsabile: è una cosa che doveva succedere. E la prova è che siamo qui a parlarne. In più veda il lato positivo…

–  Ce n’è uno?

–  I bambini Gioviali che prima si sentivano trascurati perché i genitori non volevano mai uscire con loro, ora il papà lo trovano direttamente al parco. A qualsiasi ora.

–  La ringrazio per le parole di consolazione. Ma possibile che ci siano stati così tanti morti Gioviali?

–  La guerra è guerra. E i Sicumeri se la sono molto presa per quella storia dei Parrucchetti addestrati.

–  Dei che?

–  Parrucchetti addestrati: li catturavano e li tenevano in cattività permettendogli di nutrirsi esclusivamente di cervelli di persone con gravi problemi di autostima, poi li spedivano sul pianeta Superiore per contaminarlo di incertezza, dubbi, scoraggiamento, malinconia.

–  E ci sono riusciti?

–  Alla grande. Le dico solo che appena due anni dopo l’inizio del conflitto, se sul pianeta Superiore avessero ripetuto quel referendum sull’opportunità di entrare in guerra, il 64% avrebbe risposto “Mah”, il 20% “Non so”, l’11% “Come se la guerra fosse il maggiore dei miei problemi” e il 5% non avrebbe nemmeno avuto voglia di uscire di casa per andare a votare.

–  Però alla fine hanno reagito, se ci sono stati così tanti morti dall’altra parte.

–  Certo, una rappresaglia come non se ne sono mai viste. Eppure…

–  Cosa?

–  C’era sempre la questione dell’inferiorità numerica: non avrebbero potuto vincere quella guerra nemmeno se i morti Gioviali fossero stati trenta volte tanti. E per quanto il governo Iuppiteriano fosse sin dall’inizio in clamoroso vantaggio – tanto che si sarebbe potuto permettere che la guerra durasse secoli -, a un certo punto decise di farla finita lì, e optò per la soluzione finale.

–  Oh no!

–  Invece sì: fece le cose in grande stile. Innanzitutto impose a tutta la popolazione di spostarsi nella metà di sotto del pianeta. Poi mise in mano a tutti una girandola.

–  Hanno festeggiato che cosa?

–  Non sia stupido: non bisogna mai fare l’errore di sottovalutare un Gioviale con una girandola in mano.

–  No?

–  No. Mai. Ai Gioviali fu detto di aspettare la fine del countdown e poi iniziare a soffiare sulle girandole tutti assieme.

–  Mi sfugge il motivo.

–  Lei immagini tutta la popolazione di Giove – miliardi di persone – che soffia su miliardi di girandole: in pochi secondi il pianeta cominciò a spostarsi.

–  Per andare dove?

–  Diretto contro il pianeta Superiore, in rotta di collisione.

–  La soluzione finale era suicidarsi?

–  Figuriamoci: l’impatto con il pianeta Superiore avrebbe fatto appena il solletico a Giove, grande com’era. Avrebbe provocato, al massimo, danni simili all’impatto di un grosso meteorite.

–  E i Sicumeri scapparono?

–  Tutt’altro: in un impeto di quel poco di orgoglio che i parrucchetti non erano riusciti a succhiare puntarono anche loro il pianeta contro Giove.

–  Con le girandole?

–  I Sicumeri non avevano budget per acquistare tutte quelle girandole: scelsero invece di tappare tutti i vulcani presenti nella metà alta del pianeta Superiore, ottenendo l’effetto di un motore a reazione.

–  Si sono messi a fare un duello in mezzo alla galassia?

–  Esatto. Una specie di gara: chi avesse sterzato prima si sarebbe dimostrato più debole e avrebbe perso la guerra.

–  Poveracci.

–  Poveracci chi?

–  I Sicumeri, ovviamente.

–  E perché? I Sicumeri l’hanno vinta quella guerra.

–  L’hanno vinta? E come? Erano in inferiorità numerica; il pianeta era più piccolo; non avevano budget e combattevano la depressione.

–  Hanno usato l’ingegno e sfruttato a loro favore uno dei punti di forza dell’avversario.

–  Ovvero?

–  Come le ho già detto, i Gioviali sono capaci di leggere nel pensiero.

–  Messo giù così mi sembra un ulteriore motivo per cui avrebbero dovuto vincere.

–  E invece, se ci pensa, no.

–  No, eh?

–  No: i Sicumeri decisero che non avrebbero sterzato per nessuna ragione. E non l’avrebbero fatto, pur sapendo che andavano dritti verso il suicidio.

–  Appunto.

–  Mi dica cosa non le è chiaro.

–  Perché i Gioviali hanno sterzato per primi?

–  Perché, avendogli letto il pensiero, sapevano con certezza che i Sicumeri non l’avrebbero fatto.

–  Troppo complicato: credo che l’universo non faccia per me.

–  Lo credo anche io. Mica per niente vi siete spinti al massimo fino a Marte.

–  Siamo stati su Marte?

–  Certo, nel 1980.  Un americano, un messicano e un canadese. Ma i vostri governanti scelsero di non rendere pubblica la notizia.

–  Perché?

–  Al momento di scendere dalla scaletta, l’americano inciampò e ammartò di faccia. Si fece talmente male che non si potè rigirare la scena, e tutto fu messo sotto silenzio.

–  Capisco. Mi dice com’è finita tra Gioviali e Sicumeri?

–  Firmarono un armistizio secondo un rituale che peraltro è stato importato dalla Terra.

–  Si strinsero la mano?

–  No: incrociarono i mignoli.

–  I mignoli?

–  Esatto.

–  Perché ce li hanno i mignoli?

–  Ce li hanno come tutti. Li incrociarono, e dondolarono le braccia da destra a sinistra, e da sinistra a destra. Poi recitarono la Sacra Formula Terrestre della Concordia.

–  Sarebbe?

–  “Màle – dètto  il – pàrruc – chètto – che ci ha fàt – to – li – ti – gàr”.

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

–  Mi scusi un attimo…

–  Prego.

– 

–  …

–  Rieccomi.

–  Cos’è successo?

–  Niente, la folla qui fuori rumoreggiava.

–  Ah sì? Che cosa gridava? E’ in pericolo? La stanno minacciando?

–  No, nessun pericolo, e non gridava nessuno: uno, in fondo, ha tossito.

–  Uno?

–  Sì. E’ alquanto fastidioso, non trova?

–  Uno di non mi ricordo quanti miliardi siete intorno a quella cabina del telefono?

–  Tremiliardi centosessantottomilioni quattrocentoundicimila settecentoventinove, compreso me.

–  E vuole farmi credere che stanno tutti lì in silenzio?

–  Devono, se vogliono che io la senta.

–  Nessuno che rumoreggi, fischi, borbotti, si lamenti o preghi?

–  Mi scusi?

–  Lei sta gestendo da solo una situazione non facile, per questo le chiedevo se qualcuno non si fosse messo a fare rumore, a fischiare…

–  No, l’ultima cosa che ha detto.

–  Non c’è nessuno che si sia messo a pregare?

–  A pregare chi?

–  Beh, che ne so: Dio.

–  E dovremmo pregarlo di fare cosa?

–  Di risolvere il vostro problema, per dirne una.

–  E perché dovrebbe riuscirci?

–  Direi innanzitutto perché è Dio, e quindi, se ci credete, credete anche che sia onnipotente.

–  Probabilmente non stiamo parlando della stessa persona.

–  Non capisco: voi non avete un Dio?

–  Certo che ce l’abbiamo, ma deve sapere che ci abbiamo litigato.

–  Ci avete litigato?

–  Esatto.

–  Con Dio?

–  Sì.

–  Tutti e tre miliardi?

–  Non vedo cosa ci sia di strano.

–  Beh, si può credere che Dio esista o non esista, ma non ci si può litigare.

–  E perché no? Qui non si tratta di credere: noi l’abbiamo visto, siamo certi che esista. Solo che non è questa gran persona.

–  In che senso?

–  Vede, noi ci trovavamo abbastanza bene con il nostro Dio precedente.

–  Precedente?

–  Sì. Era davvero un grand’uomo: molto occupato, certo, ma trovava sempre il tempo di ascoltare i problemi di tutti. Ovvio che c’era una lunga fila, ma bastava inoltrare regolarmente la domanda e si poteva stare certi che un giorno la risposta sarebbe arrivata.

–  Se ho ben capito quel che mi sta dicendo, questo è quello che noi chiamiamo “pregare”.

–  Non vedo perché avremmo dovuto pregarlo di risponderci: era il suo mestiere.

–  Messa così non fa una piega.

–  Certo che no. Insomma, le stavo dicendo che era una persona tutto sommato a posto.

–  Tutto sommato?

–  Sì, beh, chi è che da giovane non ha fatto qualche fesseria? Quella faccenda dell’insider trading si è poi risolta con un’archiviazione. E anche quella brutta storia della truffa sulle reliquie: alla fine non c’erano prove.

–  Un attimo, altrimenti mi confondo. Mi stava raccontando che vi fidavate di lui. Poi cos’è successo?

–  Beh, è semplice: un giorno è morto.

–  Dio è morto?

–  Prima o poi doveva succedere.

–  Lei dice?

–  Certo: sapevamo da un po’ che non stava bene. Ultimamente, anche negli affreschi, aveva un colorito piuttosto pallido. I problemi sono iniziati quando il figlio ha preso il suo posto: non ci era proprio tagliato. Era assolutamente disinteressato a qualsiasi cosa ci succedesse: dormiva fino a tardi perché tirava mattina nei locali; frequentava brutta gente; giocava pesante e perdeva spesso; dilapidava il patrimonio in donne, macchine sportive e chissà cos’altro. E aveva sempre quest’aria, come dire?… Assente.

–  Giusto per capire: stiamo sempre parlando di Dio, quello che dovrebbe avervi creati…

–  Macché. Questo si è trovato tutto il lavoro già fatto. Succede sempre con i figli di papà, quelli che nascono e si trovano la pappa pronta: se uno ha per le mani una fortuna che non ha guadagnato, perché in vita sua non ha lavorato un giorno che sia uno, ovvio che alla fine manda in malora l’impero di famiglia.

–  E l’ha fatto?

–  Le basti sapere che una volta ci ha persi a poker.

–  Ha perso cosa, precisamente?

–  Tutto il pianeta, noi compresi.

–  Ah.

–  Aveva in mano una coppia di sette e due ed è andato a vedere la scala di un Gioviale: si può essere più scemi?

–  E come siete riusciti a riavere il vostro pianeta?

–  Abbiamo fatto una colletta che ha coperto parte del debito, e per il resto abbiamo dovuto impegnare i nostri anelli.

–  Le fedi d’oro?

–  Non so nemmeno che cosa siano, queste fedi: io intendevo gli anelli attorno al pianeta. Ne avevamo di bellissimi: sono quelli che ora vedete attorno a Giove.

–  Gli anelli di Giove erano vostri?

–  Già. Li abbiamo persi in quella mano. Hanno solo dovuto farli un po’ allargare, perché non gli stavano.

–  E così, semplicemente, un giorno ci avete litigato? Col figlio, dico.

–  Più che altro abbiamo smesso di parlarci.

–  Voi con lui?

–  Sì, e lui con noi. Non abbiamo sue notizie da qualche anno: l’ultima volta che è stato visto l’hanno fotografato mentre usciva da una clinica per la disintossicazione e alzava il dito medio ai paparazzi. Lei capisce che non ci facevamo una bella figura, anche con le altre specie…

–  Perché, ognuna ha un suo Dio?

–  Mi sembra più che ovvio. Che cosa pensavate, che fosse il vostro a gestire tutto?

–  A dire il vero, sì.

 

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